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Partecipazione civica, non solo ascolto ma azione concreta. L'esperienza toscana

di Sergio Talamo

La partecipazione civica oggi non è più un optional. Gli indirizzi legislativi, dopo un percorso di rafforzamento lungo almeno due decenni e sfociato nella Riforma della PA dello scorso agosto (legge 124/2015), affidano al cittadino un ruolo di diretto intervento nella gestione della cosa pubblica. Spesso si compie l’errore di ritenere che il cittadino sia “legittimato” ad intervenire in funzione di semplice auto-tutela o di prevenzione della corruzione: in sostanza, con il reclamare il rispetto di certi tempi o l’emissione di determinati documenti per limitare abusi o decisioni arbitrarie (dall’accesso agli atti della 241/1990 fino al 33/2013 sulla trasparenza e oltre).
Si tratta di una visione limitata e solo difensiva dell’intervento civico. In realtà, il nuovo corso legislativo chiama il cittadino non solo a difendere diritti ma ad esercitarli in modo proattivo. Solo alcuni esempi. La “cittadinanza digitale” (articolo 1 della 124), con l’imporre alla Pa la gestione informatizzata di molti processi (approccio “digital first”), mette il cittadino al centro di nuovi diritti attraverso il sistema Spid: dal diritto a standard minimi di qualità dei servizi fino all’uso della banda larga pubblica non utilizzata dalle Pa. La versione italiana del Freedom of information act, poi, consente e per certi versi sollecita azioni positive di accesso ai documenti, a fini di conoscenza e intervento attivo e non solo di tutela di uno specifico interesse.
Ma più di tutto, a segnare la svolta è la politica governativa sulla semplificazione. Su questo decisivo terreno, l’Italia ha seguito l’esempio di altri paesi sviluppati, e quindi non si limita ad introdurre semplificazioni (nella legge 124 ve ne sono alcune molto significative come silenzio-assenso, nuove regole sulle conferenze di servizi, snellimento dei procedimenti) ma impernia il sistema di revisione legislativa sul protagonismo diretto degli utenti. Già nell’Agenda semplificazione 2015-2017, quella delle “37 azioni”, era previsto che il cittadino non fosse solo un destinatario passivo di provvedimenti ma un “segnalatore” sia di problemi sia di soluzioni. Una linea che ha preso forma concreta con l’impostazione del portale www.italiasemplice.gov.it modellato sul francese “Faire Simple”, dove i cittadini partecipano attivamente alla soluzione dei problemi con la “fabrique des solutions”. E nella sezione del portale italiano “i risultati raggiunti” ci si avvicina al francese “les mesures engagées”, cioè i provvedimenti effettivamente adottati dopo le proposte degli utenti, su temi cruciali come fisco, impresa, edilizia, sanità, welfare.

L’esperienza toscana
Il modello di partecipazione adottato in tema di semplificazioni è quello su cui occorre concentrare l’attenzione. E, come sovente accade nel nostro Paese, è utile rivolgere lo sguardo ad esperienze territoriali di particolare originalità. In Toscana, ad esempio, da alcuni anni è operativo un metodo di lavoro che può rendere la partecipazione civica un effettivo attore di scelte pubbliche. L’Autorità per la garanzia e la promozione della partecipazione, istituita dalla legge regionale 46 del 2013, predispone delle “stanze” on line dove i cittadini, se da un lato possono scambiarsi informazioni, lamentele, documenti e idee, con un modello di partecipazione “basic” non dissimile da una qualsiasi piattaforma social, dall’altro diventano potenziali decisori pubblici: costruiscono un progetto e lo realizzano. La partecipazione, come dice la legge, diventa così “forma ordinaria di amministrazione e di governo”, e per questo obiettivo l’Autorità può finanziare i progetti direttamente elaborati e condotti dai cittadini. In pratica funziona così: a) un gruppo di cittadini (la legge cita espressamente “le associazioni, i comitati, le imprese, le istituzioni scolastiche, “) si muove verso un’idea; b) questa idea viene condivisa, commentata, migliorata in una “stanza” on line che si aggiunge a quella fisica, fatta di tradizionali incontri, workshop, convegni ecc; c) il progetto, finanziato, condiviso e monitorato, prende vita concreta e si trasforma in policy pubblica.

Pop up Lab
Da un percorso di questo tipo nasce Pop up Lab, un laboratorio sostenuto dalla Regione attraverso l’Autorità e promosso da alcuni comuni toscani. Il “Pop up Lab-Riapriamo le città” tocca un tema concreto (uno dei tanti possibili): come invertire la tendenza dello svuotamento dei centri storici. Contro il simbolico e malinconico quadro della “saracinesca abbassata”, chiunque abbia un’idea interessante viene abilitato ad utilizzare temporaneamente uno dei tanti spazi chiusi di un centro storico, messo a disposizione dal Comune o da privati. I “popuppers” diventano così “rianimatori” di realtà urbane che il sistema pubblico, da solo, non riesce a sottrarre al declino e all’abbandono. Senza dimenticare il profilo economico: molti progetti ospitati nei fondi temporaneamente riaperti si rivelano delle vere start-up (ad esempio, nel rilancio dell’artigianato o in temi più futuristi come “Coworking e green economy”) e riescono quindi ad andare oltre la fase sperimentale. Un cammino che prevede momenti di confronto fisico, come i “world cafè” con i popuppers, cioè incontri informali che si svolgono durante le “tre giorni” organizzate nei vari Comuni. In tali occasioni si producono sia nuovi progetti sia il consolidamento di quelli già avviati.
Pop up Lab è solo un esempio, potremo dire una “buona pratica”. Ma ha il pregio di offrire opportunità a chi ha delle idee e nello spesso tempo “vincolare” un ente pubblico a non chiudersi in se stesso e ascoltare-sostenere soluzioni che vengono da una società spesso più attenta e vitale dell’amministrazione. Il risultato è un valore pubblico tangibile, che in questo caso è la rivitalizzazione dei centri storici ma può toccare molti altri settori. L’importante è capire che nessuna semplificazione e nessuna comunicazione pubblica si possono più fare chiusi dentro gli uffici.


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