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La regolarità dei genitori non è necessaria per il riconoscimento della cittadinanza italiana del figlio

di Giulia Laddaga

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Con una recentissima sentenza del 29 gennaio scorso, il Tribunale di Milanoha ribadito che il requisito della regolarità dei genitori, non è condizione necessaria per il riconoscimento della cittadinanza italiana del figlio ai sensi dell’articolo 4, comma 2, legge 91/1992. Il Tribunale meneghino, dunque, ha bacchettato il Comune che non ha riconosciuto la cittadinanza del ragazzo, richiedendo requisiti, come spesso accade in molti uffici anagrafe dei Comuni d’Italia, non espressamente richiesti dalla legge sulla cittadinanza.

La normativa

L’articolo 4, comma 2, della legge 91/1992 prevede che “lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”. I requisiti per acquistare la cittadinanza italiana sono dunque la residenza continuata ed ininterrotta in Italia e la presentazione della domanda entro il compimento del diciannovesimo anno di età. Come precisato dal regolamento di attuazione della citata legge, ai fini dell’acquisto della cittadinanza italiana “si considera legalmente residente nel territorio dello Stato chi vi risiede avendo soddisfatto le condizioni e gli adempimenti previsti dalle norme in materia di ingresso e di soggiorno degli stranieri in Italia e di quelle in materia d’iscrizione anagrafica” (in particolare, articolo 1, comma 2, lett. a), del Dpr 572/1993). La circolare del Ministero dell’Interno n. 22 del 7 novembre 2007 ha precisato che l’iscrizione anagrafica tardiva del minore presso un Comune italiano non può considerarsi pregiudizievole ai fini dell’acquisto della cittadinanza italiana ai sensi dell’articolo 4, comma 2, legge 91/1992, ove vi sia documentazione atta a dimostrare l’effettiva presenza dello stesso nel nostro Paese nel periodo antecedente la regolarizzazione anagrafica (attestati di vaccinazione, certificati medici in generale), e aggiunge inoltre  che ciò si rende necessario “al fine di evitare che le omissioni e ritardi relativi ai predetti adempimenti spettanti ai soggetti esercenti la patria potestà e non imputabili al minore possano arrecargli danno (...), in armonia con la linea di azione del governo e con l’orientamento in ambito internazionale volti alla tutela primaria degli interessi del minore”. Successivamente è intervenuto anche l’articolo 33 del Dl n. 69/2013, convertito in legge n. 98/2013, ai sensi del quale il legislatore ha precisato che al richiedente cittadinanza italiana ai sensi dell’articolo 4, comma 2, legge 91/1992, non sono imputabili eventuali inadempimenti riconducibili ai genitori o agli uffici della PA “ed egli può dimostrare il possesso dei requisiti con ogni altra idonea documentazione”.

La decisione del Tribunale

Sulla scorta del quadro normativo sopra ricostruito, il Tribunale ha riconosciuto non contestabili i riscontri probatori offerti dall’attore per attestare la propria residenza continuata ed ininterrotta. Si tratta più precisamente di certificazioni o attestazioni di Amministrazioni e Enti pubblici italiani: la nascita presso un ospedale italiano, cure e profilassi presso la Asl di competenza, la frequenza di scuole italiane e l’aver vissuto ininterrottamente a Milano, presso la residenza familiare. Alla luce della documentazione prodotta, il Comune di Milano ha contestato l’ininterrotta residenza dalla nascita al compimento dei diciotto anni, in ragione della mancanza di permesso di soggiorno da parte dei suoi genitori per un periodo di circa due anni, dalla nascita del figlio al febbraio 1996. Secondo il Tribunale milanese, il requisito della regolarità del soggiorno dei genitori del richiedente la cittadinanza, non è previsto quale condizione per il riconoscimento della cittadinanza ai sensi dell’articolo 4, comma 2, legge 91/1992. La condizione necessaria (e sufficiente, insieme alla nascita in Italia ed alla dichiarazione entro il diciannovesimo anno) è solamente la legale ed ininterrotta residenza dalla nascita al diciottesimo anno di età dell’interessato. Pare il caso di precisare che l’articolo 43, comma 2, c.c. indica che “la residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale”, mentre la registrazione della residenza ai sensi del successivo articolo 44 c.c., rileva, per altri profili, esclusivamente ai fini dell’opponibilità ai terzi in buona fede.

Conclusioni

Come già la giurisprudenza di merito ha precisato in passato, non possono farsi gravare sul ricorrente ritardi nell’iscrizione anagrafica, posti in essere dai genitori a fronte di una permanenza effettiva e ininterrotta sul territorio nazionale nel rispetto della normativa sul soggiorno degli stranieri in Italia; l’articolo 4 della legge sulla cittadinanza nulla dice in ordine alla condizione giuridica dei genitori naturali, limitandosi a prevedere che lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data. Ne consegue che non può ritenersi ostativa la circostanza che i genitori non avessero la residenza anagrafica. Peraltro, come si è visto, tali principi giurisprudenziali trovano definitivo riconoscimento nel citato articolo 33, Dl n. 69/2013, volto proprio a neutralizzare eventuali deficienze amministrative concernenti la posizione dei genitori stranieri.


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