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Piccoli Comuni e politiche territoriali: l'analisi del 46° rapporto Censis

Da un focus sui piccoli Comuni all'edilizia scolastica, passando per la spesa sanitaria e le politiche territoriali, arriva alla 46ª edizione il Rapporto Censis che punta l'attenzione sull'analisi e l'interpretazione dei più significativi fenomeni socio-economici del Paese.
Piccoli comuni italiani. "L'Italia rimane - come si legge nel comunicato del Censis - un Paese con un'accentuata distribuzione della popolazione sul territorio. Sul totale degli 8.093 comuni, ben 5.683 (il 70,2% del totale) hanno una popolazione inferiore a 5.000 abitanti. In questi comuni risiedono 10,3 milioni di abitanti, ossia il 17,1% del totale. I sindaci dei piccoli comuni amministrano una superficie molto ampia, corrispondente al 54,1% del territorio italiano. La dispersione insediativa e il frazionamento amministrativo, stante il quadro generale di ridimensionamento delle risorse pubbliche, comportano la difficoltà di mantenere nei territori a bassa densità le funzioni indispensabili per la vita delle comunità locali. Negli ultimi tre anni, quasi due terzi dei comuni con meno di 5.000 abitanti si sono trovati a fronteggiare la prospettiva della chiusura di una struttura pubblica (ospedale, scuola, ecc.)."
Servizi fondamentali, quali la sanità e la scuola, non sono garantiti nei comuni che hanno meno di 1.000 abitanti. "Il quadro generale di ridimensionamento delle risorse pubbliche comporta la difficoltà di mantenere, nei territori a bassa densità, quelle funzioni indispensabili per la vita delle comunità locali" si legge nel rapporto. In una significativa tabella si registra la totale assenza di un presidio ospedaliero, di una scuola superiore (liceo) e di una sede universitaria nei centri fino a 1.000 abitanti, mentre in tutti i comuni di tale dimensione demografica è sempre presente una chiesa. Percentuali basse anche per le scuole medie, solo nel 10,9% dei casi e uno su quattro dispone di un asilo nido. Penalizzati anche sotto il profilo sociale e culturale risultano quasi la metà dei paesi. Il 57% ha un albergo o pensione e il 31,2% un centro anziani. La dispersione insediativa coincide con il frazionamento amministrativo. Va meglio sotto il profilo dei collegamenti che sono quasi sempre garantiti dalla presenza di una fermata dell'autobus o di un servizio di trasporto locale (95%). Anche l'ufficio postale c'è quasi sempre (85,3%) mentre una farmacia è presente solo nel 63,5%.
Le politiche territoriali. "Nel 2005 le opere contestate in Italia erano 190, nel 2011 il numero è salito a 331. Il 62,5% delle contestazioni riguarda impianti energetici (di cui il 47,1% rinnovabili), il 31,4% i rifiuti, il 4,8% le infrastrutture viarie. Il 51% delle contestazioni riguarda interventi non ancora autorizzati e solo allo stato di progetto. Le contestazioni popolari sono il 36% delle proteste, ma crescono le iniziative dei politici locali (29%) e delle istituzioni locali (23%). Se nel nostro Paese il conflitto contro le infrastrutture è diventato endemico, ciò è attribuibile a una generale mancanza di fiducia verso i soggetti decisori che si proietta immediatamente sulle opere stesse. L'Italia si posiziona al 43° posto in una graduatoria di 139 Paesi per livello di competitività. Siamo penalizzati soprattutto dalle variabili relative alla qualità istituzionale: in questo caso scivoliamo all'88° posto. L'Italia risulta debole sotto i profili della fiducia nell'operato della classe politica (127° posto), della trasparenza dei processi decisionali (135°), della presenza di favoritismi nelle decisioni pubbliche (119°) e dello spreco di risorse pubbliche (114°)".
L'edilizia scolastica. "Degli oltre 36mila edifici scolastici censiti, il 30% risale a prima del 1960 e il 44% è stato costruito negli anni '60 e '70, quindi in una fase in cui temi come la sicurezza antisismica erano ancora poco presenti nella legislazione. Solo un quarto degli edifici (in Liguria appena il 13%, in Piemonte il 17%) è stato realizzato negli ultimi tre decenni. Anche in questo caso dobbiamo fare i conti con edifici e attrezzature pubbliche realizzati rapidamente e spesso in modo inadeguato. Il 33,5% delle scuole italiane non possiede un impianto idrico antincendio, il 50,7% non dispone di una scala interna di sicurezza, la dichiarazione di conformità dell'impianto elettrico manca in circa il 40% dei casi. Solo il 17,7% degli edifici è provvisto del certificato di prevenzione incendi, con divari regionali notevoli: è presente nel 36% delle scuole dell'Emilia Romagna e appena nel 4,6% di quelle della Sardegna".
Piano città e agenda urbana. "Il bando del Piano città lanciato dal Governo nell'ambito del decreto CresciItalia ha riscosso un notevole successo: hanno presentato proposte 432 comuni, di cui 180 con meno di 10mila abitanti, in gran parte localizzati nel Mezzogiorno, per un valore complessivo degli investimenti pari a poco meno di 18 miliardi di euro. Da tempo mancavano iniziative di livello nazionale che coinvolgessero le città nella riprogettazione di aree e quartieri caratterizzati da deficit rilevanti di servizi, infrastrutture, qualità dell'abitare. Ora si è messo al centro di ogni progetto un accordo (contratto di valorizzazione urbana) con il quale i soggetti pubblici e privati assumono impegni su risorse, tempi, valenze sociali e ambientali degli interventi".
Digitalizzazione Pa. La Pubblica Amministrazione ha esteso l'offerta di servizi di base presenti sui siti web istituzionali. Ci si sarebbe aspettato un incremento della fruizione di quei servizi da parte dei cittadini, ma questo non è avvenuto: sono ancora pochi i cittadini che si rivolgono alla Pa passando dal web. Ci si scontra con alcuni limiti strutturali. La progressiva digitalizzazione della Pubblica Amministrazione presuppone, infatti, che da una parte le amministrazioni strutturino i servizi in questo senso, dall'altra che i cittadini siano in grado di fruirne facilmente. Affinché ciò avvenga, servono un'adeguata alfabetizzazione informatica, il possesso dei necessari strumenti tecnologici e che vi sia la necessità o un incentivo. Sotto questi aspetti la società italiana mostra ancora parecchie disfunzioni. A cominciare dalla scarsa diffusione di Internet tra cittadini e famiglie, per continuare con la diffusione della banda larga su rete fissa, che in Italia tocca il 22,8% della popolazione piazzando il nostro Paese al 29° posto.
Spesa sanitaria. La sanità costa cara agli italiani. Nel 2011 le famiglie hanno tirato fuori di tasca loro (out of pocket), per acquistare beni e servizi sanitari, ben 28 miliardi di euro, pari all'1,76% del Pil. Una spesa sostenuta soprattutto per far fronte alla scarsità di cure domiciliari e integrazione socio-sanitaria, necessarie per sostenere l'aumento dei malati gravi e cronici. E anche se, secondo l'Ocse, la spesa out of pocket italiana nel 2010 è stata pari al 17,8% della spesa sanitaria complessiva, quindi al di sotto della media Ocse del 20,1%, gli italiani spendono molto di più di altri Paesi europei come Francia (7,3%), Regno Unito (8,9%) e Germania (13,2%). Del resto, come evidenziano i dati del Ministero della Salute, il numero medio di ore erogate a ciascun caso preso in carico dall'assistenza domiciliare integrata nel 2008 è stato di circa 22 ore. Il che rende inevitabile per le famiglie supplire alle mancanze del sistema pubblico, e sostenere costi spesso insostenibili, quando si tratta di malattie gravi o croniche. Ad esempio, la stima dei costi sociali diretti a carico delle famiglie, fatta dal Censis, vede una spesa di 6.403 euro per l'ictus, di 6.884 euro per il tumore e 10.547 per l'Alzheimer. Ciò evidenzia, secondo il Censis, come il modello assistenziale socio-sanitario sia capace di coprire solo una parte dei bisogni, lasciando scoperti proprio i soggetti che più ne avrebbero bisogno, soprattutto nel lungo periodo.
Personale sanitario. La sanità italiana cammina sulle gambe di oltre 724mila persone: 237mila medici, 334mila infermieri, 49mila unità di personale con funzioni riabilitative, 45mila con funzioni tecnico-sanitarie, 11mila di vigilanza e ispezione. Il giudizio degli italiani è largamente positivo: per il 71,2% gli operatori sanitari sono gentili e disponibili, oltre il 75% esprime un giudizio positivo sugli infermieri. Non a caso, questa è considerata una professione attraente: per il 76,6% perché è una professione con un alto valore sociale e di aiuto verso gli altri, per il 47% circa perché consente di trovare facilmente un'occupazione. Nel settore ci sono potenzialità occupazionali imponenti che richiederebbero adeguati ampliamenti degli spazi nella formazione universitaria, che invece è bloccata dal numero chiuso per l'accesso alla Facoltà di Scienze infermieristiche. Questo è un errore secondo il 61,3% degli italiani.
Allarme disagio. "Napoli, Caserta, Ragusa, Prato e Oristano sono le province a più alta emergenza da disagio sociale", rileva il rapporto annuale del Censis, considerando i due diversi indici del disagio socio-economico generato nella crisi e del disagio socio-economico in generale: in questo caso, "tra le prime venti della graduatoria si registrano 10 province del Sud, 7 del Centro, 3 del Nord". Gli indici (che considerano fattori come la disoccupazione, fallimenti, redditi, consumi, indebitamento famiglie, sofferenze bancarie, infrastrutturazione, dispersione scolastica, criminalità) danno risultati "per molti aspetti sorprendenti" per la classifica del disagio socio-economico nella crisi, con al vertice "le province di Pesaro e Urbino, Livorno, Rieti, Varese e Novara: tra le prime venti, 11 sono del Centro, 5 del Sud, 4 del Nord". Quanto alla graduatoria per disagio generale, invece, "al vertice le province di Caltanissetta, Catania, Napoli, Palermo e Siracusa; tra le prime venti ben 17 sono al Sud".
Stato sociale. Il reddito medio degli italiani si riduce a causa del difficile passaggio dell'economia, ma anche per effetto dei profondi mutamenti della nostra struttura sociale, che hanno affievolito la proverbiale capacità delle famiglie italiane di produrre reddito e accumulare ricchezza. Gli italiani si ritrovano dunque più poveri e più indebitati, ma soprattutto si assiste ad uno smottamento del ceto medio che è andato di pari passo con un progressivo slittamento della ricchezza verso le fasce più anziane della popolazione e con l'assottigliamento del patrimonio di quelle più giovani.
Lavoro. Il 2012 sembra destinato a chiudersi con un bilancio di segno negativo per il lavoro in Italia. "Nei primi sei mesi dell'anno - si legge- il numero degli occupati ha registrato una flessione dello 0,3%, che azzera di fatto le speranze di quanti ipotizzavano che l'inversione di tendenza del 2011 (quando l'occupazione era cresciuta dello 0,4%) potesse essere rafforzata. A fronte di una costante e progressiva riduzione dei lavoratori autonomi, le cui difficoltà di sopravvivenza sul mercato sono apparse evidenti fin dal primo momento, gli unici saldi positivi registrati hanno riguardato il lavoro a tempo determinato, cresciuto del 5,5% tra il 2010 e il 2011, e del 4,6% nel primo semestre del 2012. Di contro, il lavoro dipendente a tempo indeterminato è rimasto praticamente stabile nel 2011 e risulta in leggera flessione nei primi sei mesi del 2012 (-0,4%)".
Dice ancora il Censis che "l'ampio ricorso alla cassa integrazione e la riduzione degli orari di lavoro stanno determinando un evidente effetto di sostituzione tra lavoro part time e full time. E se quest'ultimo si riduce (-0,1% nel 2011 e -2,2% nel 2012), aumenta invece il numero dei lavoratori occupati con formule orarie atipiche: 114.000 In più nel 2011 (+3,3% rispetto al 2010) e ben 362.000 In più nei primi sei mesi del 2012 (+10,3% rispetto al primo semestre del 2011)".
E non solo: "anche negli ultimi due anni la crisi ha fatto sentire i propri effetti sulla componente
giovanile: tra il 2010 e il 2011, mentre l'occupazione in Italia cresceva, anche se di poco, il numero dei lavoratori con meno di 35 anni diminuiva del 3,2%, segnando una contrazione di 200.000 unità. E per il 2012 il quadro sembra destinato a peggiorare, visto che nel primo semestre sono stati bruciati più di 240.000 posti di lavoro destinati a giovani, con una diminuzione rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente del 4%".
Immobili. Le compravendite di case, la richiesta e la concessione di mutui e quindi l'apertura di nuovi cantieri, hanno subito un fortissimo ridimensionamento, tanto che per il comparto residenziale il calo di investimenti tra il 2008 e il 2012 è stato intorno al 45%. Il numero dei mutui concessi è in caduta libera. Nel quadriennio che va dal 2008 al 2011 sono scesi del 20% rispetto ai quattro anni precedenti all'esplosione della crisi. «Nel primo semestre del 2012 - aggiunge l'analisi - la domanda di mutui ha fatto registrare un'ulteriore contrazione del 44% rispetto allo stesso periodo del 2011».


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