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Armi da fuoco, «si» alla revoca della licenza a chi spara a un cane con troppa disinvoltura

di Mauro Calabrese

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Nell'ordinamento italiano vige il generale divieto di detenere armi da fuoco, derogabile esclusivamente per giustificate e motivate ragioni, esclusivamente in presenza dei presupposti di legge e a favore di soggetti che dimostrino autocontrollo, rispetto delle norme penali e della tutela dell'ordine pubblico. Le Autorità devono intervenire con fermezza revocando la concessione a chi si dimostri capace di abusarne.
Lo ha ribadito il Tar Puglia, Lecce, con la sentenza 13 ottobre 2016 n. 1535 respingendo il ricorso per l'annullamento giurisdizionale del decreto del Questore che revocava la licenza di porto di fucile per uso caccia perché il ricorrente, con superficialità, aveva esploso un colpo di fucile contro una cagnetta, ferendola in modo grave, senza valida motivazione, al solo fine, riferito, di allontanarla.

Porto d'armi e incolumità pubblica
Il combinato disposto degli articoli 11, 39 e 43 del regio decreto 18 giugno 1931 n. 773 (Tulps) vieta la concessione delle autorizzazioni di Polizia per il porto e la detenzione di armi e munizioni a coloro che si sono macchiati di reati che comportano condanna a pena detentiva superiore a tre anni o reati connessi all'abuso di armi, a coloro che non siano in grado di comprovare la propria «buona condotta», né di suscitare il prescritto «affidamento di non abusare delle armi», autorizzando le Autorità di pubblica sicurezza a vietare o revocare il permesso «alle persone ritenute capaci di abusarne».
Le norme del Tulps che attribuiscono al Prefetto o al Questore la facoltà di vietare la detenzione di armi o di respingere la richiesta di licenza di porto d'armi mirano a prevenire la commissione di reati e di fatti lesivi dell'incolumità pubblica. Non richiedono espressamente che il soggetto abbia subito condanne penali o sia sottoposto a procedimenti penali per delitti «indicativi di particolare allarme sociale» quale concreta dimostrazione della capacità di abuso. È sufficiente che le Autorità nutrano il fondato e motivato sospetto del pericolo che il cittadino possa abusare dell'uso e detenzione di armi da fuoco, generato dalla concreta condotta, per il sospetto che il soggetto sia privo del necessario autocontrollo, anche se ingenerato da «episodi di modesto o di nessun rilievo criminale», comunque tali da giustificare la legittima adozione di provvedimenti restrittivi o interdittivi dell'uso delle armi.

Divieto di detenere armi
Contrariamente a quanto si possa comunemente ritenere, afferma la sentenza, nell'ordinamento italiano non è riconosciuto alcun «diritto alla detenzione e al porto d'armi». Vige un chiaro ed esplicito divieto generale, cui le norme di pubblica sicurezza consentono di derogare, al ricorrere di precisi e seri requisiti e circostanze, consentendo il rilascio e il mantenimento delle relative autorizzazioni a favore di soggetti che suscitino «il ragionevole convincimento di un loro buon uso», in quanto esenti da censure o dubbi, per via di una condotta quotidiana non soltanto rispettosa dell'osservanza delle norme penali e di tutela dell'ordine pubblico, bensì anche delle più comuni precetti di «buona convivenza civile».

Capacità di abuso
Nel rilevare la ragionevolezza, logicità, completezza istruttoria e adeguata motivazione del provvedimento impugnato, il Tribunale amministrativo pugliese rileva come, a prescindere dalle intenzioni personali del ricorrente (che voleva solo allontanare spaventando l'inerme cagnetta e non colpirla), anche qualora il ferimento sia casualmente derivato da un colpo di rimbalzo, l'episodio è sufficiente manifestazione di una condotta sintomo di «obiettivo pericolo e allarme sociale», dato l'evidente abuso delle armi e il pericolo sociale, ancor più rilevante, laddove il rimbalzo del proiettile avrebbe potuto ferire chiunque.


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