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«Troppe regole e troppi tagli frenano la ricostruzione dopo le calamità»

di Pier Attilio Superti (*)

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Ragionando sui temi aperti dal drammatico sisma dei giorni scorsi vorrei cercare di esprimere qualche verità che, a tutt'oggi, nessuno ha ancora detto e che il Paese, e soprattutto la sua classe dirigente, politica, sociale e intellettuale dimentica.
La prima verità è che in questi anni non è stato fatto molto in termini di investimenti per la sicurezza idrogeologica del Paese, e per quella sismica. Anche laddove c'erano le risorse, non sono state spese o non sono state impegnate correttamente.
Certamente vanno individuati, senza sconti, eventuali reati, ma è bene ricordare che uno degli ostacoli più seri all'utilizzo di fondi è stato il patto di stabilità che impediva ai Comuni di poter cofinanziare le spese, condizione essenziale per poter impegnare le risorse.

Il patto di stabilità
Il rispetto del patto di stabilità ha significato, dal 2010 al 2015, per i Comuni una manovra di 3.308 milioni di euro, equivalente a uno straordinario risparmio che non si è potuto utilizzare per gli investimenti. Diversi enti hanno ridotto il loro debito.
Oltre al patto di stabilità ci sono stati tagli agli enti locali, dal 2010 al 2015, per complessivi 8.602 milioni di euro.
Queste manovre hanno comportato, tra molte conseguenze, il mancato pagamento tempestivo a imprese che pure hanno realizzato opere e servizi e la conseguente riduzione drastica degli investimenti di circa il 50% dal 2010 al 2015. Si tratta soprattutto di tagli alla manutenzione ordinaria e straordinaria, all'edilizia scolastica, agli interventi relativi all'assetto idrogeologico del territorio e alla sicurezza degli edifici.
Solo negli ultimissimi tempi si è cercato di cambiare corso, ma ancora troppi sono i limiti, le contraddizioni e i passi indietro.

Personale al lumicino
La seconda verità è la riduzione, a volte assurda, che hanno subito i Comuni in termini di politiche del personale. Riduzione obbligata della spesa e blocco del turn over, cioè la possibilità di sostituire solo il 25% di coloro che vanno in pensione. A questo si aggiunga la quasi cancellazione delle spese per consulenza e collaborazioni. Dal 2007 al 2014 il personale dipendente dei Comuni è calato del 13%, cioè di 62.269 unità. Una conseguenza molto seria è l'invecchiamento della Pa e la mancanza di professionalità adeguate. Sono molti i Comuni in gravissima difficoltà perché l'unico geometra o la ragioniera sono andati in pensione e non c'è la possibilità di assumere! Davvero si pensa che ogni Comune abbia a disposizione ingegneri strutturisti?
Ci sono poi situazioni difficili da comprendere. Ad esempio nei Comuni mantovani colpiti dal sisma del 2012 si sta ancora lavorando alla ricostruzione. Come Anci Lombardia stiamo assistendo questi Comuni e soprattutto il personale tecnico che è stato assunto per la ricostruzione. In base a specifiche norme, i Comuni maggiormente colpiti dal sisma hanno attivato, nella seconda metà del 2013, una procedura di selezione pubblica per l'assunzione a tempo determinato di risorse da inserire negli uffici comunali per supportare lo svolgimento delle attività funzionali alla ricostruzione. Giovani tecnici che in questi tre anni hanno acquisito professionalità. La maggior parte degli attuali contratti a tempo determinato sono in scadenza a fine anno, e a quella data avranno raggiunto il limite dei 36 mesi previsto dalle disposizioni relative ai contratti a tempo determinato. Il problema, pertanto, è che a metà del lavoro dovrebbero essere lasciati a casa per procedere a una nuova selezione pubblica per l'assunzione di risorse con competenze tecniche e amministrative, da inserire negli uffici comunali per svolgere le stesse funzioni. Sarebbe più logico che le professionalità formate potessero completare il lavoro iniziato.

Troppe regole (in contraddizione)
La terza verità riguarda il ginepraio di norme, spesso contraddittorie tra loro, la bulimia legislativa, l'invasione dell'autonomia organizzativa e finanziaria dei Comuni che aggroviglia i problemi, per cui si deve guardare ossessivamente alla forma della norma, per essere a posto con ogni tipo di controllo, perdendo di vista il raggiungimento dell'obiettivo. Se un'azienda privata dovesse vivere con le norme che un Comune deve rispettare riuscirebbe a sopravvivere?
Infine, nell'epoca della autocertificazione, si pensa davvero che ci debba essere in ogni Comune la figura dell'ingegnere strutturista che verifica i calcoli di ogni singolo progetto? Oppure si deve investire sulla responsabilità del progettista e del committente privato?

Livelli di governo intrecciati
La quarta e ultima verità scomoda è la sovrapposizione di funzioni e compiti tra i diversi livelli istituzionali. Ciò rende di fatto impossibile il rendere conto, l'accountability, dei differenti attori. È sempre più necessario, se vogliamo che il Paese si riprenda, avere un quadro chiaro di «chi fa che cosa» semplificando e riconoscendo ad ogni livello di responsabilità le risorse necessarie per espletare le proprie funzioni.
Se vogliamo ricostruire e permettere la messa in sicurezza ed il riuso degli edifici e dei nuclei abitati esistenti, occorre snellire il quadro normativo, avere un atteggiamento più elastico e consapevole da parte delle sovrintendenze e di altri soggetti pubblici, non rivolgere l'attenzione esclusivamente sulle norme tecniche di costruzione antisismica bensì sulla semplificazione delle norme per la distribuzione di volumi e spazi per contrastare l'abbandono di questi luoghi, incentivare il riuso e contrastare il consumo di suolo.

(*) Segretario generale Anci Lombardia


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