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Reati ambientali, sequestro preventivo di impianti dei rifiuti solo se c'è pericolo reale

di Mauro Calabrese

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Non sono sufficienti l’evidenza e l’incontestabilità della violazione penale in materia di gestione non autorizzata di rifiuti, anche aggravata da un effettivo danno ambientale, a legittimare il sequestro preventivo degli impianti interessati, richiedendo l’accertamento del pericolo di reiterazione del reato la presenza di requisiti di concretezza e attualità tali da rendere altamente probabile che i beni sequestrati possano aggravare le conseguenze del reato ambientale contestato o agevolare la commissione di altri reati, da valutarsi durante tutta la vigenza della misura cautelare.

La sentenza
La terza sezione penale della Cassazione, con la sentenza 8 marzo 2016 n. 9461, ha confermato l’illegittimità del decreto di sequestro preventivo di un impianto di trattamento di rifiuti liquidi, adottato dal Giudice per le indagini preliminari di un Tribunale calabrese, nel procedimento che contesta ai responsabili della struttura il reato di gestione non autorizzata di rifiuti di cui all’articolo 256 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, aggravato, tra gli altri, dall’aver disatteso le prescrizioni dell’autorizzazione integrata ambientale e dall’aver causato la distruzione o il deturpamento di bellezze naturali ai sensi dell’articolo 734 del codice penale. Confermando la pronuncia emessa dal Tribunale del riesame, il Collegio ha ritenuto adeguata la motivazione dell’annullamento del sequestro disposto in quanto, anche sulla scorta delle verifiche condotte dalle autorità di tutela ambientali relativamente alle criticità presenti nell’impianto e fonte dell’inquinamento prodotto, per effetto degli interventi e dei lavori realizzati, conformemente alle autorizzazioni del Gip, sono venute meno le ragioni di pericolo e di rischio di reiterazione dei reati o di aggravamento delle conseguenze, che avevano giustificato l’emissione del sequestro.

Danno ambientale
Il procedimento penale instaurato e tuttora pendente, riconosce la Corte fondato su evidenze difficilmente confutabili, nei confronti dei responsabili della gestione dell’impianto, contesta la perdurante e sistematica violazione, nel corso degli anni, delle prescrizioni dell'autorizzazione integrata ambientale rilasciata dalla Regione Calabria, trattando quantitativi di rifiuti liquidi superiori ai limiti di esercizio dell’impianto e senza attuare le dovute cautele per la perdita di percolato durante le operazioni, condotte che, puntualmente, avevano causato lo smaltimento notevole di rifiuti liquidi non pericolosi e non trattati in un vicino torrente, affluente del fiume Noce, quindi nel Mar Tirreno.

La Procura
Nel proporre ricorso per cassazione, la Procura della Repubblica competente ha sostenuto che proprio l’evidenza inconfutabile delle condotte contestate, reiterate per anni, sarebbe decisiva non solo della presumibile colpevolezza degli imputati, ma bensì anche dell’attualità e concretezza del periculum in mora che giustifica l’adozione della misura cautelare del sequestro preventivo, dovendo presumersi la reiterazione del reato e l’aggravamento delle conseguenze dalla sola possibilità di ripresa delle attività di esercizio dell’impianto, specie in considerazione del danno ambientale provocato sul territorio fluviale, costiero e marino dallo scarico incontrollato.

Periculum in mora
Al contrario, gli Ermellini, senza necessità di delibare la questione della presumibile fondatezza delle accuse, ritengono di dover confermare l’annullamento della misura cautelare in ragione dell’insussistenza delle esigenze cautelari, riconoscendo l’adeguatezza degli interventi e delle modifiche realizzate sull’impianto, con l’installazione di appositi campionatori dei liquami per il monitoraggio e il controllo, oltre alla sostituzione delle tubazioni volanti con altre fisse, ispezionabili in caso di guasto, seguendo le prescrizioni impartite proprio dal Gip e volte a prevenire possibili violazioni dell’Aia, nonché il rischio di sversamenti accidentali.

Conclusioni
Pertanto, conclude la sentenza in oggetto, va dichiarata l’inammissibilità del ricorso e confermata la motivazione adottata dal Tribunale cautelare, che ha escluso la concretezza e l'attualità del pericolo, in quanto basato su ipotetiche ed eventuali ripetizioni della condotta criminosa, poiché in tema di sequestro preventivo, il periculum in mora “deve presentare i requisiti della concretezza e attualità, da valutare in riferimento alla situazione esistente non soltanto al momento dell'adozione della misura cautelare reale ma anche durante la sua vigenza, di modo che possa ritenersi quanto meno probabile che il bene assuma carattere strumentale rispetto all'aggravamento o alla protrazione delle conseguenze del reato ipotizzato o all'agevolazione della commissione di altri reati”.


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