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Legittimo il foglio di via per il mendicante «aggressivo»

di Alberto Ceste

È pericolosa per la sicurezza pubblica la persona già denunciata per furto, furto aggravato e furto con destrezza, anche non condannata penalmente, che sia sorpresa nei pressi di un supermercato a chiedere l'elemosina in maniera insistente e aggressiva nei confronti di persone anziane, destando in esse preoccupazione e manifestando un atteggiamento ostativo nei successivi controlli di polizia. Di conseguenza, nei suoi riguardi può essere legittimamente adottata la misura di prevenzione del foglio di via obbligatorio, in forza degli articoli 1 e 2 del decreto legislativo 6 settembre 2001 n.159.
Lo ha stabilito il Tribunale amministrativo regionale per ilPiemonte, sezione I, con la sentenza del 9 marzo 2016 n.313.

I presupposti del foglio di via obbligatorio
Il foglio di via obbligatorio può essere applicato nei confronti delle persone che:
• sono da ritenersi atte a commettere reati, dal momento che sono abitualmente dedite a traffici delittuosi, o vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose, o siano dedite alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l'integrità fisica o morale dei minorenni, la società, la sicurezza o la tranquillità pubblica;
• sono ritenute pericolose per la sicurezza pubblica;
• si trovano fuori dai luoghi di residenza.
Il rimpatrio nel Comune di residenza con foglio di via obbligatorio non presuppone la commissione di un fatto di reato o di quasi reato, ma solamente la presenza di una serie di elementi indiziari dai quali possa evidenziarsi che la persona risulti pericolosa per il bene della sicurezza pubblica. La ragione giustificatrice di questa misura con finalità special-preventive è infatti quella di fronteggiare la compromissione del bene sopra ricordato, assegnando allo Stato il ruolo di garante dell'ordinato e pacifico svolgersi delle relazioni civili, costituendo quindi un mezzo diretto a prevenire i reati piuttosto che a reprimerli.

Il caso
La ricorrente ha proposto ricorso contro il decreto del Questore con il quale le era stato vietato di far rientro per tre anni, senza preventiva autorizzazione, nel Comune nel cui territorio era stata segnalata dalle forze di polizia per la commissione di attività illecite e pericolose per la sicurezza pubblica, nonché avverso il decreto del Prefetto che aveva respinto il ricorso gerarchico proposto per l'annullamento del provvedimento questorile. Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente ha lamentato di non aver ricevuto la comunicazione dell'avvio di procedimento, in violazione degli articoli 7 ed 8 della legge 7 agosto 1990 n.241.
Con il secondo motivo, ha invece dedotto l'assenza dei presupposti di legge per l'adozione del provvedimento questorile, sostenendo che non emergono fatti di reato ad essa imputabili, né episodi a lei riferibili, significativi di un suo coinvolgimento in attività delittuose, pur ammettendo di vivere chiedendo l'elemosina ed esercitando la prostituzione. Condotte che, a suo dire, in assenza di elementi ulteriori, sarebbero del tutto irrilevanti per l'adozione del provvedimento di allontanamento obbligatorio dal territorio di un Comune, in cui, per lo più, la stessa ricorrente detiene un immobile in locazione, nel quale risiede con il convivente e con la figlia.
Il Giudice amministrativo ha ritenuto ambedue le doglianze prive di fondamento e respinto il ricorso.

La sentenza
Il Collegio, partendo dall'assunto che il provvedimento in questione si caratterizza per la sua tipica funzione cautelare e per l'urgenza perché diretto a rimuovere una situazione di attuale e grave pericolo per la sicurezza pubblica, ha ritenuto che per l'ordine di rimpatrio con foglio di via obbligatorio la pretesa comunicazione di avvio del procedimento non è affatto richiesta. Tanto più che la conseguente e relativa compromissione del diritto di difesa è bilanciata dal fatto che contro detto provvedimento è ammesso il ricorso gerarchico al Prefetto, "attraverso il quale la parte interessata può far valere tutti quegli argomenti, anche di puro merito e come tali non deducibili nel giudizio di legittimità, che avrebbe potuto esporre in contraddittorio con l'Autorità emanante, se avesse ricevuto l'avviso". Dagli atti risulta adeguatamente smentita la sussistenza di legami o interessi leciti della ricorrente con il territorio del Comune da cui è stata allontanata, perché non risulta ivi residente e poiché dagli accertamenti effettuati presso l'appartamento da essa locato, peraltro dopo la notificazione del provvedimento impugnato, non è stata riscontrata la sua presenza. Il Giudice amministrativo, ciò rilevato, conclude per la legittimità del provvedimento, pur in assenza di specifiche condanne penali a carico della ricorrente, attribuendo rilievo determinante alla descritta situazione rivelatrice di una personalità incline a comportamenti antisociali, tra cui le condotte moleste nei confronti degli anziani.

Il monitoraggio dei fatti pericolosi che se non costituiscono reato
La sentenza in rassegna ha adeguatamente considerato tutti quei fatti oggettivi accertati dagli organi di polizia che, pur non dando luogo a condanne penali, possono integrare i presupposti applicativi per l'adozione delle misure di prevenzione personali. È stato attribuito un peso determinante alla richiesta insistente ed aggressiva di elemosina agli anziani nei pressi di un supermercato. Un fatto che troppo spesso viene ingiustificatamente trascurato dall'azione di controllo del territorio da parte degli organi di pubblica sicurezza e della polizia giudiziaria. Forse proprio perché tale comportamento, a seguito dell'abrogazione dell'articolo 670 del Codice penale che puniva come reato il solo fatto di mendicare in luogo pubblico o aperto al pubblico, oggi non costituisce più reato, fatto salvo il caso in cui tale comportamento sia così violento o minaccioso da costringere altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa. Nel qual caso, esso darà luogo all'illecito che continua ad essere penalmente sanzionato di violenza privata, per come previsto dall'articolo 610 del Codice penale.


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