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Autorizzazione unica, per l'impianto fotovoltaico non serve la bonifica del terreno agricolo

di Mauro Calabrese

La disciplina europea e nazionale, che incentiva la produzione di energia da fonti rinnovabili attraverso un procedimento autorizzatorio in deroga e semplificato, consente in via eccezionale l’installazione di impianti anche in zona agricola, anche a prescindere dalla situazione di inquinamento ambientale dei terreni per la coltivazione.

Il Consiglio di Stato
Così ha affermato il Consiglio di Stato, sezione V, con la sentenza 25 febbraio 2016, n.757, respingendo il ricorso presentato dalla Regione Puglia avverso la pronuncia del Tar che aveva ritenuto legittima la realizzazione di impianti fotovoltaici nel Comune di Brindisi, in zona classificata da Prg come «agricola», in virtù del regime autorizzatorio semplificato per l’incentivazione delle fonti di energia rinnovabili, e senza necessità di imporre al richiedente la bonifica e ripristino dei suoli, anche se contaminati per l’uso agricolo.
In primo grado, infatti, il Tribunale amministrativo pugliese aveva annullato la determina adottata dalla Regione, nonché i pareri negativi espressi dal ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare e dal Corpo forestale, di annullamento in autotutela dell’autorizzazione agli impianti, a seguito della rilevazione nei terreni del superamento delle Concentrazioni soglia di contaminazione (Csc), incompatibili con la vocazione agricola degli stessi.

L’autorizzazione unica
Inizialmente l’autorizzazione regionale per la costruzione e l'esercizio nel comune di Brindisi di un impianto di energia elettrica da fonte fotovoltaica della potenza di 10 megawatt era stata concessa all’esito della prevista conferenza di servizi, ricevuti i pareri favorevoli di tutte le amministrazioni competenti interessate, con la prescrizione per il richiedente di attenersi alle previsioni di legge e dell’autorità per l’emergenza ambientale in tema di caratterizzazione e bonifica dell'area, situata  all’interno di un Sito di interesse nazionale (Sin). Sempre in conferenza di servizi presso il ministero dell’Ambiente per l’approvazione del piano di caratterizzazione dei terreni, emerso che nella zona classificata come agricola erano presenti valori di concentrazione di berillio e arsenico superiori alla Csc consentita per le aree coltivabili, veniva fatto rilevare che, in virtù della normativa di favore per le fonti rinnovabili, l’area interessata sarebbe, di fatto, stata utilizzata quale «area industriale», pertanto compatibile con le soglie di inquinanti rilevate, inferiori ai limite stabiliti dal Dlgs n. 152/2006 per gli insediamenti industriali, e che quindi i terreni coinvolti non fossero soggetti agli obblighi di bonifica, «a condizione che il comune di Brindisi fosse concorde con la destinazione di fatto del suolo medesimo e che comunicasse tale posizione ai soggetti interessati».

La nota del Comune
A tal fine, il Comune interessato, considerando la durata temporanea dell’insediamento dell’impianto, destinato a essere integralmente smantellato e dismesso al termine della vita utile, con conseguente obbligo di ripristino dello stato dei luoghi, aveva confermato con una  nota la classificazione agricola dei terreni; su tale assunto il Corpo forestale dello Stato aveva contestato la circostanza per cui, essendo state superate le Csc per i terreni agricoli, fosse necessario procedere alla caratterizzazione dei suoli e quindi all’analisi di rischio e alla determinazione delle Concentrazioni soglia di rischio (Csr) oltre le quali occorre adottare i previsti procedimenti di messa in sicurezza e di bonifica, sottolineando, inoltre, che le terre e le rocce da scavo impiegate nel sito stesso, inquinate da arsenico e berillio, avrebbero, invece, dovuto essere eliminate in appositi impianti di trattamento.

L’annullamento dell’autorizzazione
Su tale assunto, ribaltato dai giudici amministrativi, la Regione ha provveduto ad annullare l’autorizzazione all’impianto, ritenendo decaduti gli atti della conferenza di servizi, perché fondati sul presupposto che le soglie di contaminazione da prendere a riferimento fossero quelle per le aree ad uso industriale e non quelle previste per i terreni a destinazione agricola.

La disciplina europea
Confermando la sentenza di primo grado, il Consiglio di Stato ribadisce la corretta interpretazione dell’articolo 12 del Dlgs 387/2003, di recepimento della Direttiva 2001/77/Ce, che disciplina uniformemente e incentiva le forme di produzione di energia da fonti rinnovabili, con l’adozione del modello procedimentale semplificato della autorizzazione unica tramite conferenza dei servizi, consentendo l’installazione in via eccezionale degli impianti, come quelli fotovoltaici, anche su terreni agricoli, senza che questo comporti variante della tipizzazione di Prg, ma classificando le installazioni come «opifici» industriali, non solo ai fini della tassa sugli immobili, ma anche per quanto riguarda la valutazione di impatto ambientale.

Soglie di rischio
Il Collegio, quindi, conferma l’annullamento della determina regionale, perché in concreto, alla luce della classificazione catastale dell’impianto, le Csc rilevate non comportano l’elaborazione dell’analisi di rischio, né l’adozione di provvedimenti di messa in sicurezza, bonifica e ripristino a carico del gestore, ritenendo pertanto del tutto lecito anche il riutilizzo nel sito stesso delle rocce e dei materiali rinvenienti dagli scavi, non potendo essere qualificato come «inquinato» ai fini produttivi, seppure temporanei.

Conclusioni
In ultimo, rileva la sentenza, la Regione, anziché procedere all’annullamento in autotutela, ben più correttamente avrebbe potuto procedere alla riconvocazione di una conferenza di servizi, qualora avesse ritenuto di rivedere la decisione iniziale seppure adottata sulla base delle valutazioni comuni e contestuali degli interessi pubblici coinvolti, espresse dalle amministrazioni competenti, riassunte nel provvedimento finale motivato, che «sostituisce «a tutti gli effetti» i singoli atti di assenso di competenza delle amministrazioni partecipanti o, comunque, invitate a partecipare».


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