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Sempre vietati emissioni e scarichi industriali senza autorizzazione

di Mauro Calabrese

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Va sanzionato l'esercizio di una attività o impianto produttivo che senza le prescritte autorizzazioni rilasci nell'atmosfera emissioni potenzialmente inquinanti e scarichi acque reflue di natura industriale. A prescindere dalla rilevazione del superamento di valori soglia limite o dall'accertamento della qualità delle sostanze rilasciate.
Così la Cassazione (sentenza del 3 novembre 2015 n. 44353) , che ha pienamente confermato la condanna inflitta dalla Corte di Appello di Palermo.

Il caso
Il ricorso del titolare di una ditta di verniciatura di automobili e di autolavaggio di automezzi pesanti mirava a contestare la carente o omessa motivazione della condanna: per la difesa del gestore l'accertamento dei reati prescindeva dalla puntuale verifica e analisi delle emissioni inquinanti, nonché della qualità degli scarichi delle acque reflue, dal che era impossibile dedurne la concreta sussistenza e l'offensività, in termini di inquinamento ambientale.

I reati ambientali
La condanna si basava sulla contestazione del reato di cui all'articolo 279, comma 1, prima parte, in relazione all'articolo 269 commi 1 e 8, del Decreto legislativo del 3 aprile 2006 n. 152, cd Codice dell'ambiente, che punisce chiunque installa o gestisce un impianto produttivo di emissioni potenzialmente inquinanti in assenza della prescritta autorizzazione. Inoltre, il medesimo imputato, veniva riconosciuto colpevole del reato di cui agli articoli 124 e 137 del Dlgs n. 152/2006, che punisce lo scarico abusivo, cioè privo delle necessarie autorizzazioni, di acque reflue di natura industriale, definite dall'articolo 74 lettera h), del medesimo Codice, come "qualsiasi tipo di acque reflue provenienti da edifici o installazioni in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, differenti qualitativamente dalle acque reflue domestiche e da quelle meteoriche di dilavamento, intendendosi per tali anche quelle venute in contatto con sostanze o materiali, anche inquinanti".

La condanna
Nel confermare la sentenza emessa in sede di appello, già confermativa della pronuncia di primo grado la Corte di legittimità, ha correttamente ricostruito la portata delle norme incriminatrici in oggetto, ribadendo come, in merito al reato che punisce le emissioni inquinanti, le corti di merito, oltre ad aver individuato l'impianto tra quelli potenzialmente produttivi di sostanze inquinanti per l'atmosfera, hanno dato atto della concreta verifica, da parte delle autorità intervenute a constatare l'illecito, della diffusione di sostanze e odori molesti, quali vernici e solventi. Pertanto, concludono i giudici, l'impianto gestito dall'imputato non era solo "potenzialmente" idoneo a produrre emissioni inquinanti, bensì, accertato l'elemento costitutivo del reato della carenza di qualsivoglia autorizzazione, si configura il reato contestato, che si fonda sulla necessità del controllo preventivo, da parte della Pubblica Amministrazione, delle capacità inquinanti di un singolo impianto industriale, come reato non di danno, ma formale, prescindendo dall'accertamento del superamento dei valori soglia limite, in presenza di emissioni indiscutibilmente moleste.
Per la Cassazione non può essere riscontrato alcun difetto di motivazione delle precedenti sentenze di condanna in quanto preliminarmente confermata la valutazione circa la presenza di scarichi provenienti dai locali adibiti a verniciatura e autolavaggio.
La Cassazione ha ricordato come il Codice dell'ambiente discrimini tra l'indebito scarico dei reflui domestici, punito a titolo di sanzione amministrativa, e l'illecito scarico di acque reflue di natura industriale, punito a titolo di reato penale.
Nella nozione di acque reflue industriali vanno ricompresi tutti gli scarichi derivanti da attività, diverse da quelle connesse alla normale presenza residenziale di persone o dalle attività domestiche, di produzione industriale vera e propria, nonché quelli provenienti da insediamenti nei quali si svolgono attività artigianali e di prestazioni di servizi, quanto le caratteristiche qualitative degli stessi siano diverse da quelle delle acque domestiche, come correttamente accertato e verbalizzato in sede di sopralluogo delle autorità competenti nello stabilimento incriminato.

Tenuità del fatto
La Corte si è pronunciata anche in merito alla applicabilità della speciale causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto (articolo 131-bis del Codice penale, recentemente introdotta dal Decreto legislativo 16 marzo 2015 n.28) applicabile anche retroattivamente al caso deciso in quanto norma più favorevole al reo, e anche, per la prima volta, nel giudizio di legittimità, all'interno dei limiti edittali di pena previsti.
I giudici hanno operato la valutazione dei requisiti di merito, ai fini del riconoscimento della particolare tenuità dell'offesa e la non abitualità del comportamento, secondo gli indici relativi alla modalità della condotta e alla esiguità del danno o del pericolo, considerati in relazione a natura, specie, mezzi, oggetto, tempo, luogo e ogni altra modalità dell'azione, gravità del danno o del pericolo verso la persona offesa, nonché intensità del dolo o grado della colpa.
Il Collegio giudicante sulla base delle concrete modalità dei fatti accertati e contestati ha ritenuto che non sussistono le condizioni di applicabilità dell'articolo 131-bis, cp, poiché la condotta concreta è chiaramente denotata, vista la gravità dei rilievi, dalla non occasionalità, vista la presenza di "condotte plurime, abituali e reiterate", configuranti diverse fattispecie di reato, seppure nel vincolo della continuazione.


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