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Il sindaco non può vietare il piercing se l'operatore è «qualificato»

di Amedeo Di Filippo

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

È illegittima l'ordinanza con cui il sindaco vieta l'esecuzione di piercing su parti anatomiche sensibili se l'operatore dimostra di possedere attestati di qualificazione professionale, anche se conseguiti in altra Regione. Lo stabilisce il Tar Piemonte con la sentenza n. 1468, depositata il 16 ottobre.

Il caso
Il ricorso è stato proposto da un operatore avverso l'ordinanza con cui il Comune di Torino ha imposto la rimozione dai locali dell'impresa della cartellonistica pubblicizzante l'esecuzione di piercing su parti anatomiche la cui funzionalità potrebbe essere compromessa (lingua, genitali, seni), anche in quanto l'utilizzo di strumenti chirurgici può essere effettuato soltanto da personale medico in strutture sanitarie.
L'ordinanza è stata adottata sulla base della relazione presentata dalla locale Asl e di un atto regionale che ha attestato come il piercing su dette parti anatomiche può essere effettuato soltanto da personale medico, in attesa che vengano istituiti corsi di qualificazione professionale regionali appositamente previsti, nei quali sia valutata l'abilità tecnica e la conoscenza dei rischi sanitari.

La sentenza
Il Tar Piemonte accoglie il ricorso, sulla base dell'unica evidenza che il ricorrente ha conseguito un attestato di professionalità regionale e ha ottemperato a tutte le prescrizioni sanitarie imposte. Così, secondo i giudici, le esigenze di tutela della salute pubblica vengono conciliate con quelle al libero esercizio di una attività da parte di soggetti che abbiamo svolto corsi professionalizzanti – anche se svolti in altra Regione – tesi a garantirne le capacità operative prevedendo che la riserva al personale medico della pratica di piercing su parti anatomiche sensibili possa essere rimossa per quei soggetti che seguano corsi di qualificazione professionale.
Secondo il Tar, l'amministrazione comunale avrebbe dovuto almeno valutare l'attestato, esplicitando eventualmente le ragioni per la quali non riteneva che il medesimo potesse soddisfare i requisiti prescritti dalla normativa regionale. Ma anche a voler ammettere siffatta condotta, non è consentito alla Regione prescrivere una formazione professionale a carattere esclusivamente "regionale". E questo a motivo dell'evidente contrasto con l'esigenza di circolazione dei titoli e delle persone sul territorio: «se quindi il legislatore regionale può prescrivere delle cautele, anche sotto forma di verifica di idoneità professionale – si legge nella sentenza – ciò non consente tuttavia alle autorità regionali di semplicemente ignorare attestati conseguiti al di fuori del loro territorio, senza valutarne la rispondenza agli obiettivi della stessa legge regionale ed inibire l'attività a soggetti che hanno conseguito corsi di qualificazione professionale in altre regioni, senza valutarli».


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