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In Conferenza Stato-Regioni la mappatura degli impianti di incenerimento

di Carla Cimoroni

Le Regioni oggi a Roma per esprimere il proprio parere in seno alla Conferenza Stato-Regioni sulla bozza di decreto sulla mappatura degli impianti di incenerimento, varata ai sensi dell’articolo 35, comma 1, dello Sblocca Italia (Dl n. 133/2014, convertito dalla legge n. 164/2014).

Il decreto

Il punto più controverso del decreto riguarda i criteri, individuati nell'Allegato III, con cui gli impianti da realizzare sono assegnati alle varie Regioni. Si tratterebbe di 12 nuovi inceneritori in 10 diverse Regioni: solo la Valle d’Aosta rimarrebbe esclusa, in ragione di un fabbisogno limitato, della ridotta estensione e della scarsa densità abitativa.
Lo schema di decreto in discussione individua 42 impianti di incenerimento a oggi in esercizio, di cui ben 13 in Lombardia e 8 in Emilia Romagna, più altri 6 già autorizzati, ma non ancora in funzione. In 6 Regioni non esistono inceneritori: si tratta di Valle d’Aosta, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo e Sicilia. Viene quindi calcolata la capacità potenziale nazionale di incenerimento di rifiuti urbani e assimilati che ammonta a quasi 7 milioni di tonnellate all’anno. Nell’Allegato II è riportata la stima del fabbisogno nazionale di incenerimento e, per sottrazione, l’ammontare del fabbisogno residuo, circa 2,5 milioni di tonnellate in più di rifiuti urbani da incenerire ogni anno.
L’articolo 35, del Dl Sblocca Italia, che ha disposto l'emanazione del decreto in questione, oltre a riconoscere gli inceneritori quali “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale”, ne prevede l'utilizzo fino a saturazione del carico termico e un'ulteriore realizzazione fino a coprire il fabbisogno residuo, da individuarsi appunto tramite il decreto attuativo in discussione appunto oggi. Lo stesso articolo 35 chiarisce poi che tutti i nuovi inceneritori e i vecchi per cui sussistono le condizioni per la classificazione di impianti di recupero energetico (qualifica R1 dell’Allegato C alla Parte IV del Dlgs n. 152/2006), possono essere destinati anche a rifiuti prodotti fuori Regione.

Criticità
Il documento in discussione ha già sollevato parecchi malumori tra amministratori locali e soprattutto nella rete ormai capillare e diffusa di comitati e movimenti che da anni lottano e operano per l’adozione della strategia “Rifiuti Zero”. In occasione della riunione odierna della Conferenza Stato-Regioni sono stati infatti lanciati presidi e mobilitazioni in tutta Italia.
Ad essere fortemente contestati sono proprio i presupposti su cui si fonda lo schema di decreto che ricorda come nella gerarchia della gestione dei rifiuti stabilita a livello comunitario il recupero energetico sia da preferire al conferimento in discarica, ma non sembra tener conto che la riduzione, il riuso e, soprattutto, il recupero di materia siano opzioni ancora migliori.
Il documento, inoltre, nel definire il fabbisogno di incenerimento assume che l’obiettivo di raccolta differenziata al 65% imposto dalla norma comunitaria sia di fatto un limite massimo oltre il quale il residuo non possa che essere destinato al recupero energetico. Alcuni Piani regionali (quello del Veneto, ad esempio) già prevedono, invece, obiettivi superiori al 65% e, dati alla mano, molte esperienze dimostrano che tali scenari sono possibili. Il Catasto Rifiuti nazionale consultabile sul sito dell’Ispra, infatti, evidenzia che nel 2013 Trentino Alto Adige e Veneto raggiungevano il 65% e, se si analizzano i dati a livello provinciale, spuntano esperienze particolarmente virtuose: Treviso e Pordenone oltre il 75%, Mantova e Trento al 70%, Benevento e Medio-Campidano al 66%. Si tratta di risultati a cui tanti Comuni, grandi e piccoli, associati o meno nella gestione dei servizi, contribuiscono implementando efficaci sistemi “porta e porta”, mettendo in atto misure premianti/disincentivanti, promuovendo la cultura della riduzione e del riuso.
Purtroppo non è la norma. A livello nazionale la raccolta differenziata è poco oltre il 40% e lo smaltimento in discarica interessa il 37% dei rifiuti urbani prodotti: troppo e, tra l’altro, fatto male visto che, in alcuni casi, il mancato rispetto dell’obbligo di pretrattamento ha comportato l’incorrere in procedure d’infrazione comunitaria.
Il timore maggiore degli oppositori è che l’eccesso di rifiuto residuo prodotto dalle realtà meno virtuose finisca per essere incenerito, in virtù della possibilità di trasferimento da una Regione all’altra, anche nei territori più impegnati nella riduzione e nella gestione dei rifiuti, finendo per deprimere gli sforzi di quelle comunità e per affossare in generale i percorsi che privilegiano il recupero di materia.
Percorsi che sono in linea, tra l’altro, con il dibattito a livello europeo sull’Economia circolare, un modello per cui, in ragione della scarsità di materie prime, ci si propone di innalzare sensibilmente nei prossimi quindici anni gli obiettivi di riciclaggio per i rifiuti urbani: uno scenario che la bozza di decreto, invece, non prende affatto in considerazione.


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