Home  › Territorio e sicurezza

Sì all'ordinanza di rimozione degli ostacoli al transito nel vicolo privato a uso pubblico

di Claudio Carbone

Q
E
L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Non incontra limiti il potere del Comune di rimuovere gli ostacoli al libero transito. È il principio di diritto ribadito dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 3531/2015 che è intervenuto sul ricorso proposto da un Comune per la riforma della sentenza del Tar che ha ritenuto non legittima una ordinanza sindacale, emanata ex articolo 378 della legge n. 2248 del 1865, recante l'ordine di ripristino dello stato dei luoghi per consentire il libero transito su un cortile privato usato dalla popolazione del Comune come passaggio per l'accesso alla pubblica via.

Il primo grado
Il Giudice di primo grado, dopo aver accertato la giurisdizione del giudice amministrativo, in quanto nel caso all'esame in rilievo non vi era l'accertamento del diritto di proprietà o di altro diritto reale, ma la legittimità di un provvedimento autoritativo incidente su posizioni di interesse legittimo, ha ritenuto decisiva per la pronuncia la circostanza che il Comune non ha fornito la prova della esistenza di un titolo legittimante l'uso pubblico del cortile (in particolare la titolarità di una servitù prediale o di una servitù di uso pubblico).

La decisione del Consiglio di Stato
Di tutt'altro avviso è stato il Consiglio di Stato che ha dato ragione al Comune. Innanzitutto il Consiglio ha posto in risalto la circostanza che l'articolo 378 citato, disciplinando una ipotesi di autotutela possessoria di diritto pubblico, non presuppone la titolarità di un diritto reale di uso pubblico o l'esistenza di una pubblica via vicinale. Ne consegue la possibilità per l'amministrazione comunale di rimuovere gli ostacoli al libero transito (con le modalità esistenti anteriormente, e quindi di ripristinare lo stato dei luoghi), quando sussista una situazione di fatto di oggettivo pregiudizio del pubblico passaggio e senza che vi sia necessità di ulteriore motivazione (ad esempio, Consiglio di Stato, Sezione IV, n. 3509/2011; Sezione V, n. 25/2009). Tale conclusione è conforme al principio elaborato dalla giurisprudenza, secondo cui l'uso pubblico di un bene non implica necessariamente la coeva titolarità del diritto di proprietà o di altro diritto reale (ad esempio, Consiglio di Stato, Sezione V, n. 6283/2013). Aggiunge, altresì, la sentenza che i poteri di autotutela che discendono dall'articolo 378 della legge 20 marzo 1865 n. 2248, allegato F), e mediatamente dall'articolo 823 del Codice civile, non presentano la medesima identità di ratio delle azioni di cui dispone il privato e possono essere esercitati anche dopo che sia decorso un anno dalla alterazione o dalla turbativa. Si tratta, in particolare, di un potere autoritativo con cui, anche a distanza di tempo dalla modifica della situazione di fatto, vi è il doveroso ripristino della disponibilità del bene in favore della collettività, poco importando se per trascuratezza o connivenza, o per mera mancata conoscenza delle circostanze di fatto, o per esigenze di approfondimento delle questioni, gli organi pro tempore non abbiano emanato gli atti di autotutela (Consiglio di Stato, Sezione V, n. 2196/2015). Nel particolare caso di specie, dall'esame di tutta la documentazione versata in atti, emerge che prima della collocazione dei vasi e delle fioriere negli spazi in questione, sussisteva l'uso pubblico del cortile, con l'effetto di dover ritenere sufficienti, per l'emanazione del provvedimento di autotutela, le convergenti dichiarazioni di persone aventi conoscenza dello stato dei luoghi, suffragate dall'accertamento dello stato dei luoghi da parte di organi comunali.


© RIPRODUZIONE RISERVATA