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Videosorveglianza dei Comuni in materia di rifiuti, i limiti della Privacy

di Mauro Calabrese

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

L’utilizzo di sistemi di monitoraggio e videosorveglianza per la repressione dell’utilizzo di discariche abusive o per il controllo delle modalità di raccolta dei rifiuti da parte dei Comuni è legittimo soltanto ove non sia possibile, o si riveli non efficace, ricorrere a strumenti e sistemi di controllo alternativi.

La relazione annuale
L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, nel rendere pubblica, lo scorso 23 giugno 2015 a Roma, la Relazione annuale 2014 sul diciottesimo anno di attività e sullo stato di attuazione della normativa sulla privacy, ha illustrato le pronunce in merito al trattamento di dati personali effettuato tramite sistemi di videosorveglianza in ambito pubblico, in particolare da parte dei Comuni dotati di tali sistemi nell’ambito delle attività di controllo amministrative.

Trattamento dei dati personali e rifiuti
In particolare, l’Autorità ha avuto modo, nel corso del 2014, di sottolineare che possono essere lecitamente utilizzati sistemi di videosorveglianza per accertare l’utilizzo abusivo di aree impiegate come discariche di materiali e di sostanze pericolose nonché per monitorare il rispetto delle disposizioni concernenti modalità, tipologia e orario di deposito dei rifiuti, la cui violazione è sanzionata amministrativamente, ma soltanto nell’eventualità che non sia possibile impiegare più efficacemente strumenti e sistemi di controllo alternativi, ai sensi dell’articolo 13, della Legge 24 novembre 1981, n. 689, cd Legge di Depenalizzazione, secondo cui gli organi addetti al controllo, per l'accertamento delle violazioni di rispettiva competenza, possono assumere informazioni e procedere a ispezioni di cose e di luoghi diversi dalla privata dimora, oltre a rilievi segnaletici, descrittivi e fotografici e ad ogni altra operazione tecnica.

Privacy e raccolta differenziata
Ancora, prosegue la Relazione annuale dell’Autorità, sono stati forniti chiarimenti ai Comuni in merito alla tutela della riservatezza nell’ambito delle modalità di controllo delle procedure di raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, già oggetto delle prescrizioni contenute nel provvedimento generale del 14 luglio 2005.
Più in dettaglio, in merito ai pareri concreti forniti agli enti locali interessati, il Garante per la Privacy ha ritenuto non proporzionata l’imposizione dell’obbligo di conferimento dei rifiuti urbani per mezzo di un sacchetto trasparente, nella raccolta porta a porta, in quanto ciò renderebbe palese a chiunque, nell’area antistante l’abitazione del singolo cittadino, il contenuto del medesimo sacchetto, invitando l’autorità comunale a provvedere nel senso di fornire alla cittadinanza contenitori più “anonimi”.
Invero, ha chiarito in altra occasione l’Autorità, il provvedimento del 2005 è diretto a contemperare l’esigenza di rispetto della disciplina sulla raccolta differenziata, con il diritto degli interessati a non subire violazioni ingiustificate della propria sfera di riservatezza, in considerazione delle diverse tipologie di sacchetti, siano essi opachi, trasparenti, semi-trasparenti o translucidi, onde evitare che essi siano idonei a mostrare il proprio contenuto di rifiuti, rendendo conoscibili a terzi non autorizzati informazioni vietate in tema di effetti personali o addirittura concernenti la sfera della salute o di natura politica, religiosa o sindacale degli utenti del servizio ambientale.

I controlli leciti
Viceversa, rende noto la Relazione, sono stati ritenuti leciti e consentiti in materia di protezione dei dati personali da parte dei Comuni, l’attivazione di un servizio telefonico per la richiesta e prenotazione della raccolta, a domicilio, di pannolini e pannoloni per incontinenti e portatori di handicap, costituendo quella una modalità di prelievo di tali particolari tipologie di rifiuti attivabile solo a richiesta degli interessati, in maniera gratuita, non obbligatoria o esclusiva, residuando per gli utenti la possibilità di continuare a conferire tali rifiuti per mezzo degli ordinari sacchetti o nei bidoni riservati ai rifiuti appartenenti alla tipologia “secco residuo non riciclabile”.
Allo stesso modo, a fronte di un quesito sul punto, è stato ritenuto legittimo l’impiego obbligatorio, da parte di un Comune, per la raccolta differenziata di una determinata tipologia di materiale, di sacchetti contenenti un microchip identificativo, ovvero un dispositivo Radio frequency identification (RFID), collegato ai dati identificativi dell’utente del servizio cui il contenitore si riferisce, in quanto tale modalità è finalizzata a delimitare l’identificabilità del conferente, solo nel momento in cui venga accertata la violazione delle prescrizioni in materia di raccolta differenziata.
Nella pratica, i soggetti preposti alla verifica dell’omogeneità dei materiali conferiti, al momento dell’apertura dei sacchetti, nel rispetto della riservatezza degli utenti, vengono prima a conoscenza del contenuto e non anche dei dati identificativi del soggetto conferente. Solo successivamente, quindi, i responsabili dell’irrogazione delle previste sanzioni, mediante la decodifica del codice a barre o del microchip, potranno accertare i dati personali identificativi del soggetto cui il sacchetto si riferisce al fine della punizione della verificata non conformità del contenuto del sacchetto.

Gli studenti universitari
In risposta a un quesito avanzato da una istituzione universitaria, infine, l’Autorità ha verificato la legittimità della possibilità di comunicare, a una società partecipata da più Comuni che si occupa di servizi pubblici locali in materia ambientale, i dati personali di alcuni studenti universitari sospettati di essere i responsabili dell’abbandono di rifiuti sul suolo pubblico a seguito dei festeggiamenti di laurea, i cui nominativi erano resi noti dalla affissione, in luogo pubblico, di alcuni cartelloni esposti durante i suddetti festeggiamenti.
Ancora una volta, richiamando il disposto dell’articolo 13 della Legge di Depenalizzazione, il Garante ha sottolineato come agli organi addetti al controllo sia riconosciuta la possibilità di procedere a ispezioni selettive di cose e luoghi diversi dalla privata dimora per accertare le violazioni di rispettiva competenza, purché non sia in altro modo identificabile il soggetto trasgressore delle prescrizioni sulla modalità di conferimento dei rifiuti, ma senza procedere a ispezioni generalizzate da parte di agenti di polizia municipale o dipendenti di aziende municipalizzate, peraltro finalizzate a reperire, all’interno dei sacchetti, informazioni utili all’identificazione dei responsabili.
Invero, l’attività di ispezione dei rifiuti non può costituire il mezzo esclusivo e determinante per l’accertamento del trasgressore, attraverso una ricerca di elementi di identificazione, quindi la società di servizi pubblici locali in materia ambientale potrà legittimamente svolgere l’attività di controllo, solo nel rispetto dei limiti indicati nel citato provvedimento generale del 2005.


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