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No al cambio destinazione d'uso senza modifica del piano regolatore del Comune

di Federico Gavioli

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

La Corte di cassazione con la sentenza n. 27068 del 26 giugno 2015, nel respingere il ricorso di un contribuente effettuato in qualità di rappresentante legale di una associazione, ha stabilito che un bar non può essere modificato in luogo di culto senza che vi sia una modifica alla variante urbanistica sul piano regolatore generale del Comune.

Il contenzioso
Il tribunale del riesame rigettava il ricorso presentato da un contribuente e confermava il decreto di sequestro preventivo, emesso dal giudice per le indagini preliminari; i giudici del merito evidenziavano i presupposti del reato contestato ai sensi dell'articolo 44, lettera c), del Dpr 6 giugno 2001 n. 380, e in particolare l'avvenuto mutamento di destinazione d'uso dell'immobile adibito ad edificio di culto dell'associazione Testimoni di Geova, della quale il ricorrente è legale rappresentante. In particolare il Tribunale avrebbe ritenuto decisivo, per confermare il vincolo, la diversa destinazione d'uso dell'immobile rispetto al permesso di costruire.
Avverso la sentenza sfavorevole, il contribuente in qualità di rappresentate legale, è ricorso in Cassazione sostenendo principalmente che il tribunale avrebbe ritenuto decisivo, per confermare il vincolo, la diversa destinazione d'uso dell'immobile rispetto al permesso di costruire, senza però motivare in alcun modo, in «ordine all'aumento del carico urbanistico, che viene soltanto presunto e non è dato sapere neppure in ragione di quale standard».

L'analisi della Cassazione
I giudici di legittimità ritengono che il ricorso sia infondato e, di conseguenza, lo rigettano integralmente; al riguardo, la questione centrale della vicenda, il mutamento della destinazione d'uso, costituisce motivo decisivo ed assorbente rispetto agli altri. Secondo un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità la destinazione d'uso è un elemento che qualifica la connotazione dell'immobile e risponde agli scopi di interesse pubblico perseguiti dalla pianificazione. Essa, infatti, individua il bene sotto l'aspetto funzionale, specificando le destinazioni di zona fissate dagli strumenti urbanistici in considerazione della differenziazione infrastrutturale del territorio, prevista e disciplinata dalla normativa sugli standard, diversi per qualità e quantità proprio a seconda della diversa destinazione di zona. Per la Cassazione solo gli strumenti di pianificazione, generali ed attuativi, possono decidere, fra tutte quelle possibili, la destinazione d'uso dei suoli e degli edifici, poiché alle varie e diverse destinazioni, in tutte le loro possibili relazioni, devono essere assegnate, proprio in sede pianificatoria, determinate qualità e quantità di servizi. L'organizzazione del territorio comunale e la gestione dello stesso sono, quindi, realizzate attraverso il coordinamento delle varie destinazioni d'uso e le modifiche non consentite di queste incidono negativamente sull'organizzazione dei servizi, alterando appunto la possibilità di una gestione ottimale del territorio.
Nel caso in esame, osserva la Corte di cassazione, quanto affermato dai giudici del merito nella sentenza impugnata, è corretto poiché il mutamento di destinazione d'uso (da bar/ristorante/negozio ad edificio di culto) si era pacificamente realizzato ed aveva comportato una evidente modificazione urbanistica fra categorie funzionalmente autonome, non omogenee, producendo un conseguente aggravio dell'assetto urbanistico; la zona, infatti, era classificata come agricola ma, in virtù dell'estensione operata dalla delibera consiliare del Comune, consentiva la realizzazione di residences, pensioni, alberghi, locali per attività ricreative, negozi e bar; ciò in palese difformità dal permesso di rilasciato dal Comune.


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