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Distribuzione gas, Decaro a Calenda: «Urge norma che eviti sperequazioni su canone di concessione»

di Emiliano Falconio

Proporre, nel primo provvedimento normativo utile, una norma che ripristini definitivamente il corretto equilibrio nei rapporti fra Comuni e gestori del servizio di distribuzione del gas naturale, evitando sperequazioni dannose per le sole casse pubbliche. È quanto chiede l'Anci, tramite il suo presidente Antonio Decaro, che nei giorni scorsi ha scritto al ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, al presidente dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas, Guido Bortoni e al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti.

La proposta dell'Anci
«Alcuni distributori – scrive infatti Decaro – si rifiutano di corrispondere alle amministrazioni il pagamento del canone di concessione, previsto nei contratti scaduti, pur a fronte della prosecuzione, di fatto - per espresso richiamo normativo - nella gestione del servizio e del conseguente mantenimento dell'introito tariffario regolato dall'Autorità per il gestore, che conserva l'esclusività nell'erogazione del servizio stesso».
Il presidente Anci evidenzia poi come «ai sensi dell'articolo 17, comma 7 del d.lgs. 164/2000 il gestore uscente resta comunque obbligato a proseguire la gestione del servizio, e che sia l'Autorità per l'energia elettrica, il gas sia il ministero dello Sviluppo economico con una recente nota, condivisa con Anci in sede di cabina di regia, hanno chiarito che l'esercizio va effettuato alle medesime condizioni contrattuali che regolano la gestione in essere, disponendo espressamente la corresponsione del previsto canone comunale».
Tuttavia, ricorda ancora Decaro «alcuni tribunali, in maniera incomprensibile, pur a fronte di tali recenti chiarimenti, si sono espressi affermando che la proroga del servizio di distribuzione del Gas, prevista dalla normativa, si configura come mero "obbligo di servizio" sterilizzando i termini contrattuali previgenti». Da qui la richiesta di intervenire per fare chiarezza nella normativa anche alla luce del fatto che «tali pronunce risultano incoerenti con il contesto di riferimento e con il quadro interpretativo già condiviso dai nostri enti nonché alquanto lacunose poiché determinano un'incertezza giuridica sulle condizioni di ordinaria amministrazione ed una paradossale situazione di forte sperequazione per quanto riguarda i Comuni».


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