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Chi sale e chi scende dopo vent'anni di fondi Ue

di Giorgia Marinuzzi (*) e Walter Tortorella (*)

Le risorse comunitarie a disposizione dei programmi operativi Fesr e Fse 2014-2020 ammontano a 31,2 miliardi di euro, ma si tratta di una cifra in linea con le programmazioni precedenti? Le regioni e i ministeri gestiscono sempre la stessa mole di finanziamenti? La distribuzione territoriale degli importi segue le proporzioni dei settenni passati? A queste domande risponde il Dipartimento Studi Economia Territoriale di Ifel nella Sesta edizione del rapporto «La dimensione territoriale nelle politiche di coesione», di prossima pubblicazione, che analizza l'impianto dei fondi strutturali in relazione alle dotazioni di risorse comunitarie proprie di ciascun programma operativo dal 2000-2006 al 2014-2020.

La riallocazione delle risorse Ue
Negli ultimi tre cicli di programmazione comunitaria le risorse europee dei fondi strutturali in Italia sono passate da 27 miliardi di euro agli attuali 31, tuttavia tale incremento non si è spalmato omogeneamente tra programmi operativi. Innanzitutto dalla lettura dei dati (si veda l'appendice statistica) si evidenzia, nel 2014-2020, una forte tendenza verso una centralizzazione delle risorse: un terzo (32,7%) delle assegnazioni europee è a regia nazionale, ossia ministeriale, mentre nei due cicli precedenti la quota ascrivibile ai Pon si attestava intorno al 27%. Tale spostamento gestionale di risorse verso il centro appare quantomeno antitetico rispetto al principio di sussidiarietà, facendo emergere un apparente indebolimento delle regioni nell'arena della programmazione comunitaria, non giustificabile neanche da un punto di vista di performance finanziaria, dal momento che i dati di spesa certificata al 31 dicembre 2015 indicano avanzamenti migliori dei Por, a quota 83%, rispetto al 76% di Pon e Poin.
Assodata dunque la perdita di gestione diretta di fondi Ue da parte delle amministrazioni regionali, si assomma una perplessità sulla percezione dell'importanza strategica di intervenire al Sud per colmare i ritardi di sviluppo del paese. Prima della chiusura dell'Accordo di partenariato si era fatto esplicito riferimento a una «opzione strategica Sud» di cui, poi, si è persa traccia a favore del più comunicativo "progettismo" del Masterplan per il Mezzogiorno. Eppure i finanziamenti europei destinati ai Por del Sud e delle isole rispetto al complesso dei programmi regionali pesano per il nuovo settennio il 69,5%, 6 punti percentuali in meno rispetto al 2007-2013. Certo questi venti anni di Fondi Ue hanno insegnato poco per quanto riguarda la loro modalità di spesa ma almeno un principio dovremmo averlo appreso: le risorse della politica di coesione sono addizionali e non sostitutive delle risorse nazionali ordinarie necessarie allo sviluppo. Quando ciò sarà evidente con nettezza forse avrà anche più senso una diversa governance gestionale delle risorse.

I programmi operativi regionali
Per il 2014-2020 le risorse comunitarie a disposizione dei Por ammontano a poco più di 21 miliardi di euro, in leggero aumento rispetto al 2007-2013 (+4%) e al 2000-2006 (+6%). Tale incremento risulta concentrato nelle regioni del Nord e del Centro (+30% rispetto al 7-13), classificate dall'AdP come un'unica categoria, quella delle "più sviluppate". All'interno di tale gruppo spicca il dato della Lombardia, con un aumento del 77% rispetto al periodo appena concluso e dell'Emilia Romagna, con una variazione del 50%. Al contrario tutti i Por delle 3 regioni "in transizione", ossia Abruzzo, Molise e Sardegna, coerentemente con la policy, vedono diminuire di circa il 30% le risorse Ue che nel 2007-2013 facevano parte della propria dotazione. Uno scenario intermedio tra i due casi appena menzionati è quello riguardante le regioni "meno sviluppate" (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) che complessivamente vedono le assegnazioni europee ridursi del 2% nonostante alcune eccezioni, come quella della Basilicata (+30%) e della Puglia (+9%). Il calo delle assegnazioni in Campania, Calabria e Sicilia, non deve essere però immediatamente interpretato come risorse "in meno", ma meno risorse gestite a livello decentrato, ossia dalle amministrazioni regionali. Del resto i fabbisogni in termini di squilibri territoriali sono del tutto palesi: in tali aree il 22% dei residenti (vs la media Italia del 13%) vive ancora al di sotto della soglia di povertà, il tasso di occupazione giovanile è più basso della media nazionale di 10 punti percentuali, le connessioni digitali e fisiche sono ancora lontane dai risultati attesi delle programmazioni. Per la regione Basilicata, invece, il discorso sarebbe un po' più complesso ma certo passare da regione in phasing out a regione meno sviluppata non è proprio quello che ci si aspettava in termini di performance dalla politica di coesione.

(*) Dipartimento Studi Economia Territoriale IFEL


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