osservatorio anci-ifel

Chi è l'asso pigliatutto del Fesr 2007-2013?

di Giorgia Marinuzzi (*) e Walter Tortorella (*)

Sono le imprese e gli operatori privati i primi beneficiari del Fesr 2007-2013 con 45mila interventi e circa 15,5 miliardi di euro di assegnazioni sui 42 complessivi.
Questi sono solo alcuni dei dati che emergono nella sesta edizione del rapporto Ifel «La dimensione territoriale nelle politiche di coesione», di prossima pubblicazione, nella quale si conferma, al termine del ciclo di programmazione 2007-2013, il protagonismo dei soggetti privati nel ruolo di attuatori (si veda l'Appendice statistica).

I beneficiari privati
Il ruolo centrale ricoperto da imprese e operatori privati nella gestione del Fesr 2007-2013 in veste di beneficiari è chiarissimo. In particolare, l'incidenza del finanziamento (37%) in capo a tali soggetti attuatori al termine del 2015 rispetto al totale degli investimenti del Fondo sottende un protagonismo per certi versi inatteso. E ciò perché secondo l'approccio strategico adottato dal QSN 2007-2013 (mai smentito da Governo e/o Regioni) gli investimenti dovevano essere indirizzati prioritariamente a implementare politiche di potenziamento dell'offerta, soprattutto attraverso interventi su infrastrutture, servizi pubblici, ricerca e innovazione. Insomma, in una parola risorse finalizzate a creare le precondizioni per lo sviluppo e far superare quei fattori ostativi che si traducono, in molte aree del Paese, in minori diritti di imprenditività e cittadinanza. Ovvero, l'opzione delle autorità di gestione di assegnare a soggetti privati risorse così ingenti per una moltitudine di progetti (il 39% del totale) sembra aver risposto più all'esigenza di compensare i maggiori costi localizzativi delle imprese che utilizzare le risorse della coesione per incidere sui gap di contesto che li determinano (infrastrutturali, economici, sociali).

La frammentazione delle risorse
I dati di OpenCoesione, analizzati dal Dipartimento Studi economia territoriale, indicano una forte micro-progettualità tra le azioni gestite direttamente dalle imprese e dagli operatori privati: l'80% degli interventi non raggiunge i 150mila euro. Una frammentazione delle risorse che, oltre a far dubitare sull'impatto strutturale e di lungo periodo di tali interventi, potrebbe celare una sorta di effetto "aiutino" agli investimenti privati (in Italia, dal 2007 al 2014, gli investimenti privati sono diminuiti di oltre 80 miliardi di euro) a opera delle risorse straordinarie dei fondi europei, utilizzate come incentivi in più per mitigare il rischio d'impresa e per vedersi riconoscere ex post spese talvolta già sostenute.
Tale perplessità si rafforza anche facendo riferimento ai progetti finanziari più corposi: a titolo di esempio, certamente non esaustivo ma emblematico, basti ricordare che l'intervento con il costo ammesso più elevato della programmazione 2007-2013 è un fondo di garanzia per le imprese, in capo a Unicredit Mediocredito Centrale Spa, per un valore di 871 milioni, 300 milioni in più rispetto al progetto di completamento della linea 1 della metropolitana di Napoli, del quale il Comune è il soggetto attuatore (quest'ultimo senz'altro con un impatto per i cittadini più in linea con la filosofia della programmazione 2007-2013). Nel primo caso è innegabile che in termini di politiche di coesione si tratta certamente di un progetto coerente, ma è legittimo chiedersi se si debba procedere con una sorta di "riutilizzo" di risorse proprie per attuare politiche ordinarie che sembrano avere poco di strutturale.

(*) Dipartimento Studi economia territoriale Ifel


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