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Fondo Sociale Europeo 2007-2013: come è andata a finire?

di Giorgia Marinuzzi (*) e Walter Tortorella (*)

Secondo gli ultimi dati relativi alla spesa certificata dai programmi operativi comunitari, il Fondo Sociale Europeo ha raggiunto l'89% della dotazione al 31 dicembre 2015. Un dato incoraggiante in vista della prossima scadenza fissata per fine marzo 2017, termine ultimo per inviare domanda di pagamento alla Commissione.
Di seguito alcune anticipazioni della Sesta edizione del rapporto Ifel «La dimensione territoriale nelle politiche di coesione» attraverso le quali si delineano i perimetri d'azione del Fondo, con relativa indicazione dell'allocazione delle risorse per beneficiario e priorità d'investimento (si veda l'appendice statistica).

La dimensione finanziaria
Analizzando i dati di OpenCoesione aggiornati al 31 dicembre 2015 innanzitutto si conta un numero importante di progetti Fse 2007-2013: più di 780mila, 7 volte il dato del "collega" Fesr, con un costo rendicontabile di 14 miliardi di euro, un valore 3 volte inferiore rispetto alle risorse del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Queste discrepanze sono un segnale immediato di una taglia finanziaria dei progetti piuttosto contenuta: stiamo al di sotto dei 20mila euro per operazione, con una netta prevalenza di progetti che non superano i 10mila euro (sono l'80% del totale) e una quasi assenza di interventi al di sopra dei 5 milioni di euro (lo 0,02% del totale). Tuttavia non mancano sorprese, come un progetto della Regione Campania di 70 milioni di euro, intitolato "Credito d'imposta", attuato dall'Agenzia delle entrate, che sembra avere un sapore tanto poco strutturale quanto contingente ed emergenziale.
Se da un lato la natura stessa del Fse, orientato in larga parte alla formazione e alla valorizzazione delle risorse umane, giustifica la presenza di progetti di dimensioni finanziarie certo non paragonabili a opere infrastrutturali, resta un dubbio, alimentato dalla significativa prevalenza di microinterventi, sulla reale efficacia del Fondo. Una perplessità che purtroppo trova conferma nel breve periodo quando si analizzano alcuni indicatori territoriali di performance già individuati per valutare l'andamento del prossimo ciclo di programmazione. Si scopre allora che dal 2007 al 2014 il tasso di disoccupazione in Italia è raddoppiato, passando dal 6% al 13%, il tasso di occupazione dei ragazzi tra i 15 ed i 29 anni si è ridotto di un terzo, e l'imprenditorialità giovanile è calata del 12%. Si spera, ovviamente, che l'impatto di medio-lungo del Fse 2007-2013 debba ancora manifestarsi, altrimenti il rischio di aver perso un'altra occasione sembra essere già palese.

I beneficiari
La maggior parte degli interventi Fse 2007-2013 è gestita da operatori privati ed imprese (70%). Al contrario i Ministeri, le Asl e le amministrazioni comunali sono i soggetti meno coinvolti, risultando beneficiari diretti di meno dell'1% delle operazioni.
Sul versante finanziario si confermano primi attuatori per risorse gestite i privati e le imprese: 1 euro su 2 è in capo a loro. Tuttavia la restante metà delle assegnazioni è quasi esclusivamente ripartita tra le scuole, le Università e gli istituti di ricerca pubblici, che riescono a beneficiare del 21% delle risorse, le amministrazioni regionali (11%) e quelle provinciali (7%).

Le priorità d'investimento
Rispetto alle priorità d'intervento previste dal Quadro Strategico Nazionale 2007-2013 il Fondo Sociale Europeo concentra i propri sforzi principalmente in due sole direzioni. Si tratta della priorità 1, dedicata al miglioramento e alla valorizzazione delle risorse umane, alla quale è destinato il 61% degli importi e della priorità 7, relativa alla competitività dei sistemi produttivi e all'occupazione, che concentra su di sé il 24% dei costi. Del tutto residuali le restanti: giusto la priorità 4 per l'inclusione sociale, la 10 indirizzata alle capacità istituzionali e la 2 mirata alla ricerca per la competitività riescono a canalizzare rispettivamente circa il 7%, il 5% ed il 4% degli importi. Una fetta di risorse significativa, trasversale alle priorità suddette, è ascrivibile alle politiche passive del lavoro, ossia quelle di sostegno ai disoccupati. Come già detto sopra, non traspare, però, che questo tipo di interventi abbia lasciato un segno quanto piuttosto sia servito ad alleviare situazioni di grande tensione e criticità sociale che diversamente si sarebbero ulteriormente acuite.

(*) Dipartimento Studi Economia Territoriale IFEL


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