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Un primo bilancio del Fesr 2007-2013: chi, cosa, quanto

di Giorgia Marinuzzi e Walter Tortorella (*)

Il Fesr 2007-2013 si è chiuso il 31 dicembre 2015 con più di 100mila interventi del valore complessivo, in termini di costo rendicontabile, di oltre 42 miliardi di euro, anche se i veri conti si faranno a fine marzo 2017, termine ultimo per inviare domanda di pagamento alla Commissione.
Il Dipartimento Studi Economia Territoriale di Ifel (Istituto per la Finanza e l'Economia Locale) anticipa alcune evidenze empiriche della Sesta edizione del rapporto «La dimensione territoriale nelle politiche di coesione», di prossima pubblicazione, con una panoramica degli elementi che hanno maggiormente caratterizzato le modalità di attuazione del Fondo. Tramite l'utilizzo dei dati di OpenCoesione l'analisi si concentra sulla distribuzione di progetti e risorse per beneficiario, priorità d'intervento e taglia finanziaria delle singole operazioni (si veda l'appendice statistica).

I beneficiari
Secondo il quadro aggiornato al 31 dicembre 2015 si contano 116.429 interventi Fesr per il ciclo di programmazione 2007-2013, la maggior parte dei quali, il 39% del totale, gestito da operatori privati ed imprese. Seguono le scuole, Università ed istituti di ricerca pubblici, che attuano il 30% delle operazioni, i comuni, titolari del 16% dei progetti, le regioni, a quota 8% e le province, al 3%.
Anche sul versante dei costi rendicontabili si nota come il 37% del totale degli importi sia riconducibile ai privati, soggetto beneficiario più coinvolto nei Programmi Fesr, e il 26% alle amministrazioni comunali. Sono infatti 4.055 su 8.000 i comuni attuatori, il 65% dei quali non supera i 5.000 abitanti.
Le risorse restanti sono gestite da molteplici soggetti: regioni, province, scuole, Università, istituti di ricerca pubblici, ministeri, aziende sanitarie locali, organismi di categoria ed altri enti pubblici.

Le priorità d'investimento
In Italia la programmazione del Fesr si è concentrata in termini di risorse lungo specifiche priorità d'intervento previste dal Quadro Strategico Nazionale: il 19% del totale dei costi ammessi riguarda le reti e i collegamenti per la mobilità (priorità 6), il 18% l'energia e l'ambiente (priorità 3), il 16,4% la ricerca e l'innovazione (priorità 2) ed il 15,9% la competitività dei sistemi produttivi (priorità 7).
Prescindendo dall'ammontare delle risorse impiegate ed analizzando soltanto la numerosità dei progetti spiccano le operazioni destinate alla valorizzazione delle risorse umane (il 28% degli oltre 110mila progetti Fesr) che si caratterizzano per le assegnazioni medie più contenute, pari cioè a poco più di 46mila euro per progetto. Seguono le azioni relative all'innovazione (22%) e alla competitività del tessuto economico-imprenditoriale (19%). Infine sono appena l'1,2% gli interventi inerenti il trasporto, che si distinguono però per la taglia finanziaria più elevata, ossia l'unica a superare in media i 5 milioni di euro.

La dimensione finanziaria
Il 76% dei progetti Fesr 2007-2013 è di piccolo taglio, con un importo unitario inferiore ai 150.000 euro. Solo l'1,0%, ossia 1.032 interventi, supera i 5 milioni di euro di costo ammesso. Inoltre si contano meno di 60 operazioni che oltrepassano i 50 milioni di euro di costi ammessi all'interno dell'intero Fondo. Una tale frammentazione delle risorse difficilmente può riuscire a rispondere alle istanze di crescita strutturale. Anzi è facile immaginare che nel tempo si sia tacitamente perpetrato un autentico effetto sostituzione tra risorse straordinarie e ordinarie e che addirittura le prime abbiano contribuito a tenere vivi gli investimenti non in maniera addizionale ma esclusiva. Del resto, si fa fatica a credere che con importi medi per progetti pari a 63mila euro (meno di 20mila euro per il Fse e circa 350mila euro per il Fesr) si potesse in qualche modo influire sul livello di quegli investimenti che fanno riattivare la crescita. Nel caso delle imprese, nella migliore delle ipotesi, si è riusciti a dare un po' di ossigeno sul versante delle infrastrutture di base, del credito di imposta, qualche fondo di garanzia e di microcredito; nel caso del settore pubblico abbiamo assistito alla realizzazione di interventi ordinari con finanza straordinaria che ha per lo più mascherato il crollo degli investimenti pubblici.

(*) Dipartimento Studi Economia Territoriale Ifel


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