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Amministrazione condivisa, parte la prima scuola italiana di partecipazione civica

di Sergio Talamo

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Se si comprende finalmente che la Pubblica amministrazione non è una categoria della politica ma un vitale pezzo della società, non deve stupire che spesso, anche nella Pa, l'istruzione provi ad anticipare l'innovazione. I percorsi formativi, in pratica, arrivano prima delle loro applicazioni concrete. È il caso della Sibec, la Scuola italiana per la gestione condivisa dei beni comuni, che è stata presentata il 15 dicembre 2015 a Roma. I soggetti promotori dell'iniziatuiva - Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), Euricse (Istituto di ricerca sull'impresa cooperativa e sociale) e Università di Trento - partono da una premessa concettuale così sintetizzata dal presidente di Labsus e docente a Unitrento Gregorio Arena: "Cittadini attivi non ci si improvvisa. E' necessaria un'adeguata formazione". Proprio in questo passaggio è evidente la scommessa culturale di "fare scuola" (normativa, metodoloigica e pratica) su ciò che in Italia è ancora un modello quasi solo teorico. In un certo senso, la Sibec diventa un modo per gettare il cuore oltre l'ostacolo.

L'amministrazione condivisa
L'amministrazione condivisa è molto popolare negli auspici dottrinari e nelle declamazioni politiche, ma lì dove davvero potrebbe incidere, cioè nella vita quotidiana delle amministrazioni, è ancora ai primi passi. Proprio per impulso di Labsus, nel 2014 è stato elaborato il "Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazioni comunali per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani", già adottato da 65 Comuni, in corso di adozione in altri 82.
Ma il problema di un quadro normativo in cui muoversi è assolutamente centrale, e così quello di tecniche di lavoro il più possibile riconosciute e diffuse. Proprio perché l'amministrazione condivisa è figlia dell'impegno spontaneo di cittadini, associati o singoli, occorre predisporre dei binari di certezza legislativa e regolamentare in cui incanalare prima i "patti" con le Pa poi le azioni concrete. Ciò per evitare conflitti, sovrapposizioni e sprechi di energie, secondo il mai abbastanza noto principio manageriale per cui "il caos creativo" è in realtà la forma operativa delle organizzazioni che più richiede cura e regia di governo.

La Scuola di amministrazione condivisa
La prima Scuola di amministrazione condivisa inizierà i corsi quest'anno. Si rivolge a funzionari pubblici, professionisti, dirigenti del terzo settore, cittadini attivi, in un percorso formativo "itinerante" (quattro moduli in quattro diverse città, Milano, Caserta, Firenze e Lecce) che mira a costruire "in vitro" ciò che si auspica divenga materia consueta della gestione amministrativa italiana.
Dicono i promotori della Scuola: "Per i beni pubblici e privati, è il relativo proprietario che si occupa di tutelarli e preservarli, ma i beni comuni non hanno proprietari, sono di tutti, e l'egoismo dei fruitori li condanna all'usura e al degrado". E' da notare che per la prima volta, in materia di politica dell'amministrazione, affiora una visione non unilaterale delle responsabilità. Chi sta "dall'altra parte", cioè amministratori eletti e funzionari pubblici, ha dei precisi doveri di "vision" strategica nonché di gestione e manutenzione dei beni comuni. Ma il pubblico dei destinatari, i cittadini amministrati, non è un soggetto passivo titolare solo di attese e pretese (con le conseguenti lamentele-proteste): ha il dovere civico di non essere "egoista", cioè di non danneggiare quei beni e, in più, ha la possibilità concreta di attivarsi per garantirne il decoro e la funzionalità. Attraverso il volontariato viene aggredita e a volte superata quella che Labsus, Euricse e Unitrento chiamano "scissione fra proprietà e uso": il cittadino attivo si cura di preservare beni di cui non è proprietario ma usufruttuario, insieme al resto della comunità. Del resto, un parco giochi, una piazza o anche solo dei lampioni o delle panchine, nella vita quotidiana delle persone non sono dei comprimari ma dei veri attori protagonisti.
Il salto di qualità avviene quando il volontariato viene da un lato riconosciuto e rafforzato da ben precise norme, dall'altro elevato - con l'amministrazione condivisa - a nuova e impegnativa forma di governo. Un cambio di passo che può aprire la strada ad altre regolamentazioni finora impensabili, come esempio associare ai diritti un quadro di "doveri civici" anch'essi costitutivi della cittadinanza.

Due esperienze di partecipazione civica regolamentata
Ci sono sperimentazioni di uso di interesse generale di edifici, magari abbandonati e fatiscenti, interessanti anche sul piano economico.
In Toscana nel progetto Pop up Lab-Riapriamo le città, vengono finanziate idee tese a contrastare lo svuotamento dei centri storici utilizzando temporaneamente alcuni dei tanti spazi chiusi o in disuso, sia pubblici sia privati. I "popuppers" diventano così "rianimatori" di realtà urbane che il sistema pubblico, da solo, non riesce a sottrarre al declino.
A Roma il Mitreo di Corviale dal 2007 è un luogo di sperimentazione culturale unico per originalità e vitalità, realizzato in un luogo pubblico abbandonato e degradato e in una periferia nata come un grande sogno urbanistico che nei decenni si è trasformata in un'emergenza costante.
Lo sviluppo urbano imperniato sulla partecipazione civica regolamentata non è quindi solo un diritto dei cittadini e una forma avanzata di democrazia, ma un forte investimento economico e produttivo, per gli effetti che può produrre e per le energie che può attivare. Gianluca Salvatori di Euricse afferma che oggi l'impresa sociale "dà occupazione a quasi un milione di addetti, serve quasi 6 milioni di utenti e sono circa 100 mila le organizzazioni attive sul territorio nazionale".
In attesa che diventi cultura amministrativa consolidata, è già positivo che da oggi ci sia una scuola dove la partecipazione civica si insegna e si impara.


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