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Al masterplan per il Sud serve un aiuto comunitario sul «modello tedesco»

di Federico Jorio

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Un problema importante è quello dell'uso "condizionato" dei Fondi strutturali messi a disposizione dell'Ue in favore delle Regioni deboli. Quei fondi - prioritariamente finalizzati all'incremento della «capacità istituzionale» fortemente pretesa a livello comunitario - che non sono resi liberamente utilizzabili per determinare vantaggi funzionali al concreto arricchimento del tessuto imprenditoriale, indispensabile per generare crescita reale del Pil e, quindi, per trasformare le aree segnatamente disagiate in aree di benessere sociale. Ciò in quanto sono ritenuti, comunque, aiuti di Stato, quando vengono utilizzati per realizzare condizioni di favore ai soggetti economici interessati a generare una maggiore produttività, tali da incidere negativamente sul regime di libera concorrenza del mercato caratteristico. L'eccezione è opposta anche nei confronti delle aree più in ritardo nello sviluppo e con un Pil piatto a tal punto da sottrarre ogni speranza di occupazione ai giovani che da lì partono con la certezza di non tornare. Tutto questo accade anche in presenza di condizioni ambientali rese più favorevoli a ospitare insediamenti produttivi e di imprese interessate ad eleggere questi territori a loro sede produttiva, solo perché si tratta di interventi considerati "vietati" dall'ordinamento comunitario.

Le deroghe
Così non è. Non lo è stato e, quindi, non lo è ancora. Ciò perché lo stesso Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea all'articolo 107 rende la facilitazione generalmente ripetibile, così come successo in favore di determinate regioni della Repubblica federale di Germania (comma 2, lettera c), che ha reso compatibili gli aiuti concessi a vantaggio della sua economia e, pertanto, usufruibili da tutte o da alcune imprese. Più precisamente, il successivo comma 3, lettera a) abilita l'intervento comunitario, nel senso di renderlo libero e, quindi, non negativamente condizionato, se finalizzato a favorire - comunque - lo sviluppo delle regioni «ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione». A ben vedere, è un ritratto fedele delle regioni del sud del Paese, lasciate lì a retrocedere - ove fosse ancora possibile - in tema di vivibilità sociale e di disoccupazione, solo perché non riconosciute sino ad oggi così bisognose come lo erano le regioni tedesche dell'est annesse alla Germania dell'ovest. L'intervento è stato allora preteso da Angela Merkel che, proprio in virtù di queste facilitazioni, ha avuto modo di generare quel Paese che sbaraglia oggi tutti gli altri in termini di produttività e concorrenza e, dunque, di capacità occupazionale. Quest'ultima è divenuta, anche grazie agli aiuti di Stato goduti dal suo sistema imprenditoriale, così alta da richiedere una rilevante importazione di mano d'opera, meglio se a costo favorevole, così come assicurato dagli immigrati per guerra o per bisogno vitale.

Il principio dell'eguaglianza e l'assenso comunitario
Lo stesso intervento è rivendicabile in favore delle regioni comunitarie che vivono le medesime condizioni sfavorevoli di allora, a partire dalla Grecia sino ad arrivare al nostro sud, godibili da «talune imprese o da talune produzioni» lì operanti. A proposito di rilancio dello sviluppo, si stanno scaldando i motori dell'elaborazione del masterplan per il rilancio Mezzogiorno, da negoziare tra Governo e Regioni del sud e che dovrà divenire parte integrante della legge di stabilità. È un appuntamento vitale per tutto il Paese, tanto da dovere essere assistito da una forte istanza nei confronti dell'Ue, tale da consentire i migliori insediamenti produttivi nella zone scelte liberamente dai soggetti produttori, incentivati dall'altrove prevista fiscalità e la contribuzione di vantaggio.


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