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Digitalizzazione e partecipazione, le consultazioni pubbliche alla prova dei fatti

di Sergio Talamo

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Di cosa ha bisogno la riforma della Pa, approvata ad agosto, per non restare sulla carta? Dei circa 15 decreti attuativi, certo. Ma anche di due altri fattori: la condivisione da parte di funzionari e dirigenti e la partecipazione attiva dei cittadini.
Il primo fattore è senz'altro legato alla formazione continua e all'uso intelligente delle "reti", che in questi anni sono state alla base di molte innovazioni nel settore pubblico. Parliamo di comunità professionali, scambio di buone pratiche, insomma quei percorsi di "team working" che fanno capire che cambiare i processi organizzativi è possibile se la bussola diventa (finalmente) il risultato. Oggi la scommessa è portare quelle innovazioni a sistema, in settori chiave come digitalizzazione, trasparenza, valutazione, conferenze di servizi, spending review.

Il fattore partecipazione
Il secondo fattore, la partecipazione dei cittadini, merita una riflessione approfondita. Non c'è dubbio che nell'ultimo decennio il ricorso alle opinioni ed anche alle proposte degli utenti abbia perso il carattere di sporadicità, per diventare frequente o addirittura abituale. Vi sono state, sia a livello centrale sia locale, buone sperimentazioni in tema di consultazioni pubbliche ed anche di sollecitazione di idee e progetti che vengono dal settore privato e persino dal singolo cittadino. E' stato questo il senso di marcia, ad esempio, della consultazione sulla riforma costituzionale svolta nel 2013, con circa 200mila questionari validati.
Nel secondo versante, quello dei "concorsi di idee" per la migliore gestione della cosa pubblica, il progetto della regione Toscana "Pop Lab" si indirizza verso interessanti forme di "coworking" pubblico-privato nel settore della rivitalizzazione dei centri storici. E' una linea di lavoro che si inserisce nella strategia di Ogp (Open government partnership), iniziativa internazionale cui l'Italia aderisce e che inserisce "la democrazia partecipata" fra gli assi portanti delle politiche pubbliche, insieme alla trasparenza e all'anticorruzione. Il sito partecipa.gov.it contiene un interessante repertorio di consultazioni pubbliche in corso di svolgimento o già chiuse.
Più in generale, tutta la politica di semplificazione del governo mira a dare un ruolo centrale alle proposte dei cittadini, al punto che oggi "asset" strategici come semplificazione, trasparenza, comunicazione e partecipazione presentano confini così lievi da risultare spesso sovrapponibili. La semplificazione si traduce oggi perlopiù in trasparenza e comunicazione al cittadino (ma si possono invertire i termini senza grandi svantaggi); e la partecipazione funge da fattore evolutivo che irrobustisce tutto l'impianto. Questa consapevolezza ispira, ad esempio, il portale italiasemplice.it, in cui le procedure adottate per rispettare l'Agenda della semplificazione (il report al 31 agosto parla del 90% di tempi rispettati) sono accompagnate dalle proposte degli utenti.

L'uso delle idee
Ma oltre alla sollecitazione di problemi e proposte e all'apertura di spazi appositi per accoglierli ed ordinarli, il punto-chiave diventa l'uso delle idee, naturalmente dopo un adeguato monitoraggio sulla loro effettiva fondatezza e praticabilità. In parole povere: che cosa ne facciamo dei problemi segnalati dagli utenti dei servizi e delle loro eventuali proposte migliorative? Se infatti la lamentela o la proposta restano in un cassetto, la partecipazione civica rimane ad un livello che oscilla fra i declamatorio e il demagogico. Nel caso di Pop lab, l'antidoto è semplice: il finanziamento. L'idea che funziona viene sostenuta e finanziata, aprendo la strada ad una sorta di Project financing dove le istituzioni e i cittadini lavorano insieme. Un altro esperimento di grande valore, che sarà presto messo alla prova dei fatti, è quello dell'Agenda digitale del Lazio. Dal 18 giugno fino al 30 settembre 2015 è stata attiva una consultazione pubblica online per raccogliere suggerimenti sul "Lazio digitale", su 5 linee di intervento: infrastrutture (banda ultralarga, wifi, datacenter unico regionale), sanità (fascicolo sanitario elettronico, referti online), amministrazione digitale (dagli open data alla dematerializzazione degli atti), competenze digitali e smart communities. E, appunto fino al 30 settembre, sul sito dedicato si potevano reperire idee di grande suggestione, anche molto discusse e approfondite.

Il caso del Lazio
Quello del Lazio è finora un impegno mantenuto. Già due anni fa il presidente Nicola Zingaretti dichiarava che l'Agenda digitale della sua regione sarebbe stata costruita in un "percorso partecipato di costruzione con il coinvolgimento di tutti gli stakeholders: istituzioni, imprese, associazioni, cittadini, mondo della ricerca e della scuola". I criteri di valutazione delle proposte erano stati fissati a monte: "Congruità rispetto all'impianto strategico dell'Agenda digitale e dei documenti programmatici regionali; coerenza e compatibilità con le azioni già attuate e/o in fase di attuazione; disponibilità della copertura finanziaria necessaria".
Ora la domanda è: cosa fare di questa "partecipazione", che ha prodotto risultati di innovazione molto promettenti? Se la risposta a questa domanda sarà convincente, l'esperienza del Lazio potrà diventare una vera "start up" della partecipazione civica in materia digitale. Un risultato molto significativo anche per il governo, che ha adottato la visione "digital first".


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