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Se il digitale resta sulla carta: la lezione greca per l'Italia nel rapporto Desi

di Sergio Talamo

Italia e Grecia sono due paesi dell’Unione in questo momento lontani, visto che il secondo passeggia sul baratro del default. Tornano pericolosamente vicini nel Rapporto Desi (Digital Economy and Society Index), pubblicato dalla Commissione europea lo scorso febbraio e costantemente aggiornato. In questa speciale classifica sullo stato della digitalizzazione dei paesi europei, l’Italia è al 25esimo posto, la Grecia al 26esimo (su 28, dietro Italia e Grecia ci sono solo Bulgaria e Romania). I parametri adottati per stilare il Rapporto sono molto stringenti: connettività, quindi le infrastrutture tecnologiche disponibili; capitale umano in possesso delle competenze necessarie a favorire la digitalizzazione; diffusione dell’uso di internet fra i cittadini; integrazione delle tecnologie anche rispetto alle imprese; livello dei servizi pubblici digitali, con particolare riferimento alla salute.

Il fallimento digitale della Grecia
Osserva Angelo Alù su agendadigitale.eu che se oggi è scontato collegare il deficit ellenico anche al mancato decollo delle riforme digitali, in realtà Atene fu il primo paese a credere nella nuova epoca. Risale infatti al 2001 l’inserimento in Costituzione del “diritto all’accesso all’informazione digitale”: un diritto riconosciuto ai cittadini e posto a carico dello Stato. Cosa è successo, anzi cosa “non” è successo in 15 anni? Cosa ha impedito al paese che aveva visto più lontano, non diciamo di affiancare i campioni della classifica Desi - Danimarca, Svezia, Paesi Bassi e Finlandia - ma perlomeno di non sfigurare?
L’analisi dei piazzamenti rispetto ai 5 parametri fornisce alcune risposte. Il dato che spicca è la bassa propensione dei cittadini ellenici all’uso di internet (il 59% di utenti, mentre il 33% non l’ha mai utilizzato, media europea 18%), a sua volta strettamente legato al flop in termini di connettività (solo il 34% del territorio ha internet ad alta velocità) e di competenze diffuse (solo il 45% possiede un livello minimo di conoscenze dei nuovi mezzi). In queste condizioni, è quasi scontato che il livello dei servizi pubblici digitali sia anch’esso largamente al di sotto della media.

I diritti digitali degli italiani
Fin qui la fotografia del fallimento digitale della Grecia, situata appena un gradino al di sotto dell’Italia. Il nostro Paese sta giocando la sua partita decisiva, con un “tridente” costituito dal piano di Crescita Digitale, dal progetto Italia Login e dall’Agenda per la semplificazione.  Un insieme di misure che sfocia nell’articolo 1 della Riforma PA. Ernesto Belisario nota il rovesciamento di prospettiva rispetto al Codice dell’amministrazione digitale (Cad) del 2005, “divenuto obsoleto prima di essere applicato”. Dall’imposizione di regole alle PA si passa al rafforzamento dei “diritti digitali” degli utenti. Non a caso, il primo articolo della Riforma punta a definire “la carta della cittadinanza digitale, attraverso alcune importanti deleghe al Governo fra cui “il livello minimo dei diritti digitali degli utenti nei confronti di tutti i livelli amministrativi” e “le competenze di un dirigente unico responsabile delle attività di digitalizzazione”.
Appare chiaro che per non replicare il cammino all’indietro della Grecia, il punto di svolta è qui. Bisogna rendere i cittadini soggetti attivi, capaci anche di “esigere” dalle PA, nonché fruitori consapevoli delle nuove tecnologie. Un altro dato del ritardo greco risulta molto indicativo: gli stessi cittadini poco avvezzi ad usare internet nei loro rapporti con la PA, sono molto più abituati all’uso del web per news, musica, film, giochi, chat, social; tornano invece a livelli bassi per attività come banking o e-commerce. Insomma, tutto ciò che è svago si fa su internet, ciò che è lavoro, servizio o commercio no. Un dato che sembra richiamare un’espressione del premier Matteo Renzi, “gli italiani usano i social ma continuano a fare la fila”.
In effetti, il cittadino-utente italiano, al momento, non è in condizioni molto diverse da quello greco. Una recente indagine di Confartigianato fornisce dati eloquenti: solo il 36% degli italiani usa internet nei suoi rapporti con la PA (quindi persino meno che in Grecia), e forti distanze fra Italia e medie UE persistono anche nel circuito PA-imprese.  I motivi indicati dagli utenti per giustificare questi ritardi non lasciano spazio a dubbi, visto che al primo posto troviamo le “difficoltà di trovare le informazioni”, al secondo la loro “scarsa utilità”, al terzo le “difficoltà a comprendere lo stato di avanzamento della pratica”. Non solo: ad usare solo sporadicamente il web per agevolare i rapporti con la PA sono anche i giovani, a conferma che non è questione di digital divide ma di abitudine, conoscenza e facilità d‘uso.

Osservazioni finali
In definitiva, la “lezione greca”, unita ai dati sull’uso di internet, segnala all’Italia che se l’indirizzo adottato dalla Riforma PA è corretto, non si potranno ottenere risultati convincenti senza un forte investimento nelle policy di accompagnamento all’utente (con il tracciamento e l’interrogabilità delle pratiche che lo riguardano) e di rilevazione costante del suo livello di soddisfazione. Una linea di lavoro che appare molto idonea specie in relazione all’avvio della piattaforma Italia Login, presentata dal Governo come “la casa del cittadino”. In ogni caso, la centralità dell’utente non può più essere, come purtroppo è spesso avvenuto in questi anni, dal Cad in poi, una vuota declamazione. Il cambio di passo impone efficienza e semplicità d’uso delle nuove piattaforme unite ad azioni calibrate sull’utente composte di accompagnamento, comunicazione e citizen satisfaction. Insomma, lo switch on digitale potrà essere effettivo solo se diventa vita quotidiana delle persone.


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