Home  › Sviluppo e innovazione

Stop dal Tar Lazio allo Spid: bocciato il decreto che esclude le medie imprese

di Paola Cosmai

Q
E
L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Il Tar Lazio ha annullato il Dpcm 24 ottobre 2014 nella parte in cui esclude dal sistema Spid le imprese che - pur soddisfacendo i requisiti tecnici e di onorabilità - abbiano un capitale sociale inferiore ai 5 milioni di euro.
La sentenza n. 995 depositata il 21 luglio 2015 dai giudici amministrativi della sede di Roma arriva quasi in coincidenza con l'approvazione da parte della Camera - lo scorso 17 luglio - dell'articolo 1 del disegno di legge delega per la riforma della Pubblica amministrazione che dà il via alla carta della cittadinanza digitale e al progetto di implementazione e diffusione dello Spid (Sistema pubblico per la gestione dell'identità digitale di cittadini e imprese).

La questione
Lo Spid è l'infrastruttura nazionale di identificazione dei cittadini italiani, prevista per l'accesso ai servizi online della Pubblica Amministrazione e dei privati, composta da una serie di soggetti, pubblici e privati, accreditati dall'Agenzia per l'Italia Digitale (Agid) ed è deputata a gestire i servizi di registrazione e di messa a disposizione delle credenziali e degli strumenti di accesso in rete nei riguardi di cittadini e imprese che ne facciano domanda, previa verifica della loro identità e tramite consegna in modalità sicura delle necessarie password.
Tale sistema introdotto con il Dl 21 giugno 2013 n. 69 è divenuto poi operativo con il Dpcm 24 ottobre 2014, che ne ha definito le caratteristiche tecniche e i requisiti imposti alle imprese interessate a inserirsi tra i gestori. Tra questi ultimi, oltre ai requisiti di onorabilità già ordinariamente richiesti dal Dlgs 385/1993 per coloro che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso banche, l'articolo 10 del Dpcm, esige per i soli soggetti privati la forma societaria di capitali e un capitale sociale non inferiore ai cinque milioni di euro, esonerandone, pertanto, i soggetti pubblici.

I motivi della sentenza di annullamento
Proprio su quest'ultimo aspetto si è abbattuta la scure del Tribunale Amministrativo che, accogliendo il ricorso di un'associazione di provider in possesso di tutti i requisiti tecnici e morali richiesti per l'espletamento del servizio, ma non di quelli economici, trattandosi di imprese medie, ha annullato in parte qua l'articolo 10, ritenendolo illegittimo non solo perché illogico, ma anche perché discriminatorio e lesivo del principio della libera concorrenza.
Quanto all'illogicità, essa è dettata dall'assenza di qualsivoglia riferimento a esigenze di carattere tecnico o di affidabilità nello svolgimento dell'attività di che trattasi, non essendovi alcuna correlazione tra la capacità economica e la competenza professionale. Quanto alla discriminazione, è manifesta laddove non esige analogo requisito economico per le Pubbliche Amministrazioni, pur trattandosi di attività di natura privatistica, rispetto alle quali vige il principio della parità di trattamento, escludendosi ogni riferimento al potere di supremazia funzionale dell'apparato pubblico.
Infine, quanto alla violazione dei principi della libera concorrenza di rango comunitario, la stessa emerge dall'indebito vantaggio accordato direttamente dal decreto ai soggetti pubblici, sottratti a quei limiti che viceversa sono imposti ai soggetti privati. Da cui l'effetto distorsivo del mercato privato che colpisce in via preventiva e immotivata la partecipazione di tutte le piccole e medie imprese, con grave pregiudizio, peraltro, per lo sviluppo economico di aree di attività di sicura espansione.

Le reazioni alla sentenza delle parti interessate
Il comunicato dell'Agid
Il comunicato stampa delle Associazioni ricorrenti


© RIPRODUZIONE RISERVATA