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Associazioni sportive, sì alla somministrazione se non è prevalente

di Saverio Linguanti

Sul tema delle associazioni e delle attività di commercio e somministrazione da loro svolte, più o meno complementari agli scopi istituzionali, gli enti locali riscontrano spesso la difficoltà di individuare quali siano i confini che configurano la secondarietà e complementarietà tenendo conto che spesso si è di fronte a vere e proprie attività commerciali in tutto simili ad attività principali autonome.
Il corretto inquadramento della problematica deve necessariamente partire dall'analisi del Testo Unico delle Imposte sui redditi, articoli 148,149 e 150, e con le clausole che obbligatoriamente lo Statuto di quelle associazioni che intendono svolgere le suddette attività commerciali deve obbligatoriamente contenere. Alle prescrizioni citate di natura senza dubbio fiscale ma anche amministrativa, deve aggiungersi la considerazione che le associazioni sono qualificate giuridicamente come enti non commerciali, proprio per distinguere la loro attività da quella svolta in forma imprenditoriale e principale dalle imprese, e proprio per questo non riconducibile alle stesse modalità di esercizio perché altrimenti non si spiegherebbe la qualifica di ente non commerciale .
Sulla delicata questione è intervenuta di recente anche la Corte di Cassazione civile sezione I con sentenza del 8 marzo 2013 n. 5836 fornendo un interessante ed importante spunto di qualificazione giuridica delle attività secondarie svolte appunto dalle associazioni .
Il caso nasce nel 1997 allorquando un soggetto che dal 1992 era stato associato insieme ad altri due nell'Associazione Sportiva che allenava alla disciplina del Taekwondo gli atleti iscritti all'Associazione, nel dicembre 1996 per dissidi con gli altri due associati, aveva comunicato la propria volontà di dimettersi previo pagamento del valore della sua quota da parte degli altri due .
Il soggetto lamentava tuttavia che nessuna effettiva liquidazione era poi avvenuta presentando pertanto ricorso in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma e citando la suddetta Associazione Sportiva, in persona del Presidente affermando che :
a) l'Associazione convenuta era in realtà una società di fatto con finalità di lucro, proprietaria di attrezzature e di altri beni mobili, tra i suoi ex soci;
b) che egli era socio della società stessa in ragione di un terzo;
c) che in quanto socio aveva diritto alla corrispondente quota degli utili maturati dal 1992 al 1997 e maturandi;
La Corte d'appello di Roma investita del giudizio aveva, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarato l'esistenza di una società irregolare tra i soci confermando l'intervenuto recesso dalla stessa del terzo socio ricorrente e ritenendo che l'elemento essenziale della ripartizione degli utili risultava dalle stesse dichiarazioni delle parti; più specificatamente secondo la Corte d'Appello di Roma la ripartizione degli utili si ricava dalla circostanza acclamata ed ammessa dagli stessi soci « che ciascuno di essi prelevava direttamente dal conto cointestato, formalmente a titolo di rimborso spese, le somme corrispondenti alle ore rispettivamente lavorate nella palestra».
La Corte d'Appello dunque individuava quindi in concreto la "causa societatis" nel comune apporto di attività lavorativa, in aggiunta all'apporto iniziale di capitale per l'acquisto della Associazione (con la palestra impiantata) da parte dei suoi fondatori .
I due soci contestavano tuttavia la ricostruzione della Corte d'Appello sostenendo che la Corte di merito in contrasto con l'articolo 2247 del codice civile non avesse indicato idonei elementi di riscontro dell'attività commerciale svolta a scopo di lucro nonchè la suddivisione di utili tra le parti. Gli stessi sostenevano inoltre che l'attività svolta nella palestra, di vendita occasionale di tute o di materiale sportivo o di bevande era strumentale a quella principale di esercizio dell'attività sportiva e che la tesi esposta dalla Corte di merito secondo la quale si dovesse ravvisare una suddivisione di utili mediante il meccanismo del rimborso delle ore lavorate dai tre soci, era ingiustificata e non suffragata da prove.
Il piano del giudizio si è spostato dunque al terzo grado. La decisione della Corte di Cassazione muove dal presupposto affermato secondo cui ciò che caratterizza la società, in base all'articolo 2247 del codice civile, è che lo svolgimento in comune tra i soci di un'attività economica sia previsto espressamente a scopo di lucro, il quale consiste non solo nel perseguimento di un utile ma anche nella volontà di ripartirlo tra i soci (si veda in proposito anche Corte Cassazione Sezione 1^ n. 13234/11). Secondo i giudici pertanto l'eventuale esercizio di un'attività economica da parte di un'associazione non riconosciuta non costituisce di per sè elemento sufficiente ad attribuire a tale organismo collettivo la natura giuridica di società, ai fini della applicazione delle norme di legge regolanti i rapporti tra i soci, laddove non sia prevista la divisione dei relativi utili tra gli associati
La mancanza di una espressa previsione di ripartizione degli utili determina che l'attività economica si ponga in funzione meramente accessoria o strumentale - e comunque non prevalente - rispetto al perseguimento degli scopi dell'associazione, nel caso esaminato contribuire alla pratica della educazione fisica e sportiva tra gli associati .
I supremi giudici hanno pertanto censurato la decisione di secondo grado della Corte di merito là dove ha desunto lo scopo di dividersi gli utili della intera attività della associazione (e non quindi della sola attività non prevalente di vendita di abbigliamento sportivo e di bibite all'interno della palestra) dal fatto che i tre "fondatori" ricevevano un compenso mensile per le prestazioni lavorative che essi svolgevano quotidianamente nella palestra. Secondo la Corte di Cassazione in questo modo si confonde il rapporto associativo con quello di prestazione d'opera, e si valorizza un elemento non decisivo come quello dell'apporto iniziale di denaro sborsato dai tre soci per acquisire la palestra; tale ultimo elemento infatti ( l'esborso iniziale di denaro ) secondo la Corte non costituisce elemento esclusivo della società e la verifica compiuta dalla Corte di merito si è rilevata del tutto insufficiente perchè basata su elementi di fatto difformi da quelli indicati dall'articolo 2247 del codice civile.
La Corte di Cassazione ha pertanto rinviato la causa alla Corte territoriale per una nuova valutazione .


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