Home  › Servizi pubblici

Diritto di accesso gratuito, consentito solo il recupero «ragionevole» delle spese di riproduzione dell'atto

di Antonio Capitano

Q
E
L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

L'amministrazione non può imporre diritti in misura contrastante con il principio di tendenziale gratuità del diritto d'accesso; il principio di gratuità non deve essere, di fatto, cancellato da un semplice criterio di remuneratività. Quei diritti, dunque, non possono essere svincolati da criteri di ragionevolezza e proporzionalità. Questa, in sintesi, l'importante decisione contenuta nella sentenza del Tar Toscana n. 11 del 9 gennaio 2016.

La vicenda
Il ricorrente ha chiesto l'annullamento di una delibera di giunta relativa alla richiesta di visione o estrazione di copie, riferite a pratiche giacenti presso diversi archivi comunali con relativa approvazione delle pertinenti tariffe. Nella memoria presentata si sosteneva che la delibera fosse illegittima per vari contrasti con il Dlgs 267/2000, con lo statuto comunale, con il regolamento del diritto di informazione e d'accesso nonché per contrasto con il Codice dei beni culturali e con la legge n. 241 del 1990.
Il ricorrente, in particolare, lamentava la contradditorietà della delibera la quale, richiamando lo statuto comunale, stabiliva che: «Anche in presenza del diritto di riservatezza, deve essere garantito ai soggetti interessati, l'accesso agli atti relativi ai procedimenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o difendere i loro interessi giuridici» aggiungendo che: «Il diritto di accesso si esercita mediante esame ed estrazione di copia dei documenti amministrativi, nei modi e con i limiti indicati da apposito regolamento» con la conclusione che: «La richiesta di accesso ai documenti deve essere motivata e il loro esame è gratuito».
Più precisamente l'atto impugnato individuava, per ciascuno dei tre archivi comunali, le prestazioni "tassabili" rese dagli uffici e fissava in via generale le tariffe correlate alle richieste di ricerca, visione ed estrazione di copia di atti e pratiche conservati nei predetti archivi, distinguendoli in diritti di visione e costo ovvero spese di riproduzione.
Il quadro normativo vigente in materia di accesso agli atti amministrativi prevede, al limite – sempre secondo il ricorrente - un rimborso del diritto di ricerca nel solo caso che venga richiesta copia e non quando viene effettuata la sola visione. Sul punto, la linea difensiva dell'amministrazione resistente, ha sottolineato che la delibera impugnata non si riferiva, se non in parte, al diritto d'accesso, peraltro per stabilirne la gratuità; per questa parte la richiesta del privato è effettivamente gratuita (nessun diritto).
Non sarebbe, quindi, possibile confondere – al di là di connessioni occasionali e strumentali - tra accesso agli atti amministrativi e «visione di pratiche», che costituisce la parte più consistente e significativa della delibera censurata.
Sempre ad avviso della resistente mentre il diritto di accesso ai documenti amministrativi sarebbe istituto di garanzia del cittadino direttamente e personalmente interessato alla conoscenza di atti e documenti che lo riguardano, nell'ambito dei principi di trasparenza e partecipazione riferiti all'agire delle amministrazioni, la richiesta di visione o rilascio di copie di atti contenuti nelle pratiche degli archivi comunali sarebbe riferita a una platea di soggetti legittimati più vasta e indeterminata. Si tratterebbe, solitamente, di richieste presentate da professionisti o terzi privati, i quali, rispettivamente, preferiscono, per loro comodità, compulsare direttamente gli archivi pubblici anziché il committente, ovvero integrare lacune o smarrimenti dei fascicoli personali. In altre parole l'attività suscitata dalle richieste di visione delle pratiche comporta spesso ricerche difficoltose, di fascicoli voluminosi, formatisi in epoche anche assai risalenti; per tale ragione il Comune ha deciso di recuperare quei costi istituendo appunto delle tariffe/diritti.

La decisione
Per i giudici toscani, in primo luogo, la linea difensiva non appare convincente anzitutto proprio dalle sue stesse argomentazioni, che pretendono di fondare la legittimità del provvedimento su una distinzione di impalpabile consistenza, almeno per come è stato formulato il provvedimento: quella fra diritto d'accesso riservato ai diretti interessati e richiesta di visione di pratiche formulata da «professionisti e terzi».
Si tratta di distinzione non percebile alla stregua di almeno tre considerazioni:
a) anche il «diretto interessato» può accedere agli atti del procedimento mediante richiesta di visione della pratica, che è strumentale a «esame ed estrazione di copia»;
b) anche il «professionista o terzo interessato» possono far valere un proprio diritto d'accesso o per sé o per conto ed interesse di altri direttamente interessati;
c) anche il titolare del diritto d'accesso è sottoposto alle stesse tariffe di «professionisti e terzi» qualora gli atti della pratica non siano «direttamente disponibili» (circostanza peraltro prevista nella delibera impugnata).
Il provvedimento impugnato - rileva il Collegio - sembrerebbe supportare la predetta distinzione, evocata dalla difesa dell'amministrazione, tra richiesta dell'interessato e quella di professionisti o terzi ma solo sotto il profilo quantitativo e non anche soggettivo. Nello specifico il provvedimento impugnato a seguito di «richiesta di visione» prevedeva un importo di 39 euro «sino a tre pratiche correlate», oltre le spese di riproduzione in caso di estrazione di copie «ove richiesto dal privato» per gli Archivi di edilizia privata. I diritti salivano a 65 euro per gli altri Archivi comunali.
Osserva il Tribunale che non vi è nessuna distinzione tra richieste fatte da professionisti a scopi lucrativo-professionali e richieste fatte da privati a fini di accesso alla documentazione. Tant'è che lo stesso provvedimento parla, indifferentemente, di richiesta di privati per le spese di riproduzione.
In presenza di disposizioni «piuttosto vaghe e confuse» i giudici evidenziano che non si capisce quale sarebbe il criterio discretivo per distinguere tra l'una e l'altra ipotesi, potendo il professionista agire nell'interesse di un privato per far valere una posizione giuridicamente rilevante di quest'ultimo per legittimarne il diritto d'accesso. Per converso, non si capisce, altresì, perché un privato che si ritenga leso dal rilascio di più permessi di costruire su terreni finitimi debba pagare 39 o 65 euro per ciascuna pratica edilizia, in quanto «non correlata».
Il Tar pone in primo piano la concreta violazione anzitutto e principalmente (oltre le varie fonti locali richiamate nel motivi di ricorso) l'articolo 25, comma 1, della legge 241/1990, il quale stabilisce che l'esame dei documenti è gratuito. Tale norma, in via generale, deve essere sempre letta in modo sistematico e razionale, affinché, nel caso di ordinarie ricerche di atti chiaramente indicati o agevolmente individuabili l'importo che può essere applicato è inevitabilmente assai modesto, anche per non trasformare l'onere economico in un ostacolo al fondamentale e ormai diffuso esercizio del diritto di accesso o in una misura deterrente.
Non è poi possibile duplicare i diritti attraverso la voce delle spese. Su questo punto la norma è chiara nel consentire soltanto il recupero delle spese di riproduzione (normalmente le fotocopie), il che vincola l'amministrazione a commisurare l'importo alla quantità di copie richiesta, senza la possibilità di introdurre delle soglie minime. Anche in questo caso occorre poi tenere in considerazione i criteri di ragionevolezza e proporzionalità, e dunque la somma richiesta non potrà eccedere i prezzi medi praticati sul mercato, escluso ovviamente qualsiasi utile, non potendo l'amministrazione ricavare profitti dall'esercizio di un'attività istituzionale connessa al diritto di accesso.
In sostanza, nel caso in esame, i predetti limiti al già di per sé eccezionale potere impositivo dell'ente locale sono stati superati proprio dal confuso provvedimento che non ha consentito una lineare distinzioni o motivazione alcuna sul come si sia deliberata, ad esempio, l'imposizione dei sopra ricordati 39 e 65 euro. Pertanto, i giudici fiorentini hanno accolto il ricorso con il conseguente annullamento della delibera impugnata.


© RIPRODUZIONE RISERVATA