Home  › Servizi pubblici

Società partecipate: il termine del 31 dicembre per l'adeguamento degli statuti

di Carlo Merani - Rubrica a cura di Ancrel

Uno dei primi adempimenti che il Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica, il Dlgs 19 agosto 2016 n. 175, ha previsto a carico delle società a controllo pubblico è quello dell'adeguamento dei propri statuti alle nuove disposizioni entro la data del 31 dicembre 2016 (articolo 26, comma 1). Ci si chiede se tale termine sia perentorio oppure no.

Il termine perentorio
Un termine è considerato perentorio se impone il compimento di un atto entro una specifica data a pena di decadenza e/o di inefficacia dell'atto stesso compiuto oltre la scadenza (ciò accade perché con l'apposizione del termine perentorio si vuole, per esigenza di certezza, che un determinato atto sia compiuto inderogabilmente entro una specifica data). Un termine, invece, viene qualificato ordinatorio o acceleratorio quando la sua inosservanza non comporta applicazione di sanzioni o effetti sfavorevoli in capo al soggetto che è tenuto al relativo rispetto (Consiglio di Stato, Sezione II n. 05377/2010).
Per individuare se un termine è perentorio deve, innanzitutto, verificarsi se è qualificato come tale dal legislatore: in caso positivo, evidentemente, non ci sono dubbi sulla sua perentorietà. In assenza di una esplicita definizione, è perentorio il termine per il quale è espressamente prevista come sanzione della sua inosservanza la decadenza del potere di assumere l'atto o svolgere l'attività, così come anche il caso in cui è previsto, alla sua scadenza, l'intervento di un potere sostitutivo.
La giurisprudenza ha avuto modo di chiarire che il carattere perentorio di un termine può anche desumersi per implicito, purché in modo chiaro e univoco, quando esso discenda dallo scopo al quale i termini stessi sono destinati (Corte Cassazione, Sezione unite 1111/1994). Ancor più precisamente la Corte Costituzionale ha avuto modo di chiarire che la perentorietà di un termine può desumersi "dalla funzione, ricavabile con chiarezza dal testo della legge, che il termine è chiamato svolgere" (Corte Costituzionale, ordinanza n. 107/2003). In quest'ottica, ad esempio, può considerarsi perentorio il termine entro cui presentare una domanda per beneficiare di un finanziamento o di un contributo, in quanto la sua funzione è quella di consentire all'ente destinatario di espletare i dovuti accertamenti e controlli nella immediatezza dell'evento posto dalla legge come condizione per l'accoglimento della domanda.

La scadenza per le società partecipate
Nel caso dell'articolo 26 il termine del 31 dicembre 2016 non è qualificato perentorio dal legislatore. Nemmeno è prevista, al suo scadere, alcuna decadenza, sanzione o intervento di poteri sostitutivi. Resta da verificare se dal testo della disposizione la perentorietà risulta, in modo chiaro e univoco, dallo scopo o funzione che con la pretesa del rispetto del termine stesso il legislatore intende perseguire. Una simile funzione, però, non sembra emergere dal testo dell'articolo 26. Né, peraltro, risulta che lo scadere del termine (31 dicembre 2016) sia condizione per il successivo svolgimento di attività o assunzione di atti da parte delle società o altri soggetti.
Alla luce di tali sintetiche considerazioni l'interpretazione più plausibile è quella del carattere ordinatorio e non perentorio del termine posto dall'articolo 26. Tale conclusione ha una sua ragionevolezza anche sotto un diverso angolo visuale. Ci si riferisce al fatto che l'adeguamento degli statuti di cui all'articolo 26 non riguarda necessariamente solo le modifiche che il Testo unico prevede come obbligatorie (ad esempio quella indicata all'articolo 11, comma 4, circa la previsione, in caso di organo collegiale, della nomina nel rispetto dei criteri stabiliti dalla legge 12 luglio 2011 n. 120), ma anche quelle qualificabili come "facoltative" (si pensi, sempre a titolo esemplificativo, alla possibilità, prevista dall'articolo 10, comma 2, di inserire nello statuto il diritto di prelazione o, ancora, all'ipotesi, riconosciuta dall'articolo 16, comma 2, di attribuire particolari diritti ai soci pubblici).

Le modifiche allo statuto
In quest'ottica le modifiche da introdurre a uno statuto possono essere numerose e, di conseguenza, necessitare di un tempo sufficiente alla loro valutazione, predisposizione e condivisione tra i soci e, in ultimo, alla loro approvazione. A tale circostanza va aggiunto il fatto che le modifiche statutarie vanno approvate dall'assemblea dei soci, la cui convocazione, soprattutto per le società a controllo pubblico con pluralità di soci, non è sempre agevole disporre in breve tempo (senza tenere conto dei casi in cui debba intervenirsi sull'oggetto sociale, con conseguente obbligo di delibera, nelle società con partecipazioni comunali, anche del consiglio comunale). In tale situazione, a fronte di un decreto legislativo entrato in vigore il 23 settembre 2016, ritenere perentorio il termine del 31 dicembre 2016 significherebbe obbligare a svolgere tutte le valutazioni e attività sopra richiamate in brevissimo lasso di tempo (tre mesi), con anche il rischio di dover poi successivamente deliberare – alla luce di una riflessione più approfondita – nuove e ulteriori modifiche: il tutto non in coerenza con i principi di efficienza, efficacia ed economicità, che caratterizzano anche l'ambito delle società a controllo pubblico.

Le conclusioni
La conclusione per cui è preferibile una qualificazione del termine dell'articolo 26 come ordinatorio non giustifica, però, l'inerzia da parte delle società. La funzione del termine ordinatorio è pur sempre quella, appunto, di ordinare un'attività, indirizzandola verso determinati esiti. Sin da subito, pertanto, grava sulle società l'onere di adoperarsi per rispettare il termine del 31 dicembre 2016 o, se ciò non accade, comunque per svolgere l'attività richiesta nel più breve tempo possibile anche dopo la scadenza del termine stesso.


© RIPRODUZIONE RISERVATA