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Negozi, per l'ordinanza taglia-orari servono «riscontri oggettivi»

di Vittorio Italia

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

È illegittima l'ordinanza del sindaco che ha ridotto l'orario di un esercizio commerciale (che vendeva kebab anche da asporto) soltanto a due ore, dalle 12.00 alle 14.00. Così ha deciso il Tar Veneto, sezione 3, sentenza 29 ottobre 2015, n. 1115, che ha stabilito importanti principi su queste forme di vendita.

Il fatto
Il Sindaco, con ordinanza d'urgenza, ha ridotto l'orario dell'attività di un esercizio commerciale situato nel centro della città a sole due ore, dalle 12.00 alle 14.00.
L'esercizio pur riportando l'insegna di ‘Piadineria', vendeva kebab da asporto e alcoolici oltre l'orario consentito. Inoltre, lo stesso non risultava a norma ed era già stato diffidato (es. per lo spostamento di un frigorifero a pozzetto).
Il titolare dell'esercizio ha proposto ricorso al Tar e ha contestato i fatti denunciati, affermando che nel locale non si svolgeva alcuna attività di cottura, perché la carne era comprata già cotta, e veniva soltanto scaldata su un ‘finto spiedo' per essere utilizzata per imbottire le piadine.
In ordine alla vendita di alcolici, si era trattato solo di due lattine di birra fuori orario, e le multe erano state subito pagate. Ma oltre a contestare gli elementi di fatto, il ricorrente ha sostenuto che l'articolo 54, comma 4 del Testo unico enti locali consentiva al sindaco di emanare ordinanze contingibili e urgenti, ma nel rispetto dei «principi generali dell'ordinamento giuridico dello Stato», e l'ordinanza impugnata violava alcuni di questi principi. Il Tar ha accolto il ricorso.

La sentenza
Il Tribunale veneziano è giunto al dispositivo ritenendo che la drastica riduzione di orario non ha in alcun modo valutato l'impatto sull'attività imprenditoriale di questo esercizio commerciale, attività che era costituzionalmente garantita e non sono state considerate, rispetto a questa drastica riduzione, possibili soluzioni intermedie. Per le altre mancanze denunziate (di tipo igienico, o per commercio di bevande alcoliche dopo l'orario) l'ordinamento prevede altri mezzi, diversi dall'ordinanza d'urgenza, che il Comune avrebbe potuto adottare e che non ha adottato.

Le valutazioni
La sentenza è puntuale, bene argomentata e merita di essere condivisa. Infatti, l'ordinanza d'urgenza non era supportata da persuasive e precise ragioni giuridiche.
Il Comune non ha tenuto conto, da un lato, che l'articolo 54, comma 4 del Testo unico degli enti locali prevede le ordinanze d'urgenza «per prevenire o eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica o la sicurezza urbana», ma che tali ordinanze devono essere contenute nei limiti dei principi generali dell'ordinamento giuridico, e quindi nel rispetto della libertà di iniziativa economica privata e dei suoi limiti costituzionali. Dall'altro lato, il Comune non ha tenuto conto che gli atti amministrativi (e quindi anche le ordinanze d'urgenza) devono essere basati – come si afferma nella motivazione della sentenza - su «riscontri precisi e oggettivi, che possono essere rinvenuti solo da accertamenti circostanziati».

Le conseguenze per gli altri Comuni
La sentenza e le motivazioni contenute in essa contenute sono importanti, e possono essere considerate come un valido parametro giuridico da osservare nell'ipotesi che vi siano situazioni simili a quelle che si sono verificate nell'esercizio commerciale, situato nel centro di una città del nord Italia e che vendeva kebab.


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