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Acque pubbliche, impugnabile dai concessionari l'aumento dei canoni disposto con regolamento

di Paola Rossi

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

I concessionari di derivazioni di acque pubbliche a uso energetico sono legittimati a impugnare il regolamento che decide l'aumento degli specifici canoni. Infatti, la previsione regolamentare indica - direttamente e non astrattamente - quanto verrà loro imposto dalla Regione in termini di oneri economici. La lesione del loro interesse non deriva quindi dal conseguente avviso di pagamento, ma dal regolamento stesso. Sulla questione, che vede coinvolte due società di Enel, è stata depositata ieri dalla Corte di cassazione civile, a sezioni Unite, la sentenza n. 21215/15.

L'inquadramento della vicenda
Contro il regolamento di aumento della Regione Piemonte due distinte società di Enel avevano proposto altrettanti ricorsi, poi riuniti, davanti al Tribunale superiore delle acque pubbliche. Ma il Tribunale non ha deciso nel merito, avendo dichiarato la carenza di interesse e quindi l'inammissibilità dell'azione. Le ricorrenti contestavano l'aumento dei canoni regionali perchè, non potendo incrementare il costo dell'energia venduta, avrebbero integralmente sostenuto il rincaro a loro carico. Da qui l'attualità della lesione, invece invece dal Tribunale sostenendo che solo dinanzi all'avviso di pagamento dei nuovi oneri si sarebbe realizzato il danno e, quindi, l'interesse a impugnare. Ma in tale fase esecutiva l'impugnazione sarebbe priva di risultato, poichè l'avviso discendente dalle disposizioni regolamentari sarebbe un atto amministrativo perfettamente legittimo in attuazione delle norme regionali di secondo livello.

L'incidenza delle norme regolamentari
Appunto la natura normativa del regolamento regionale è ciò che avrebbe «tratto in inganno» il Tribunale superiore facendogli affermare che l'astratezza e la generalità delle disposizioni normative esclude il diritto all'impugnazione dei singoli, privi di una posizione soggettiva (diritto o interesse legittimo) cioè differenziata. Ma, come contestava l'Enel e poi confermava la Cassazione, se è vero che chiunque non può impugnare il provvedimento tariffario sui canoni d'uso dell'acqua, l'Enel non è «chiunque» rispetto alle concessioni di derivazione nel territorio regionale. Inoltre, la soluzione prospettata dal giudice delle acque, cioè la lesività solo dell'atto successivo di pagamento non farebbe altro che detarminare un contenzioso definito dalla ricorrente Enel Produzione Spa «pulviscolare», contro una pluralità di atti di fatto solo applicativi della previsione normativa della maggiorazione. Tra l'altro di atti amministrativi di per sé perfettamente legittimi.
Il regolamento è fonte normativa regionale di secondo livello e quindi di contenuto generale e astratto di fronte alla quale il singolo vanta una posizione normalmente «indifferenziata». Ma secondo la Cassazione non è questa la posizione delle due ricorrenti in quanto concessionarie di derivazioni a scopo idroelettrico poste di fronte a un regolamento tariffario che, al di là del tasso programmato d'inflazione, prevede aumenti in misura fissa e non consente un diverso apprezzamento dell'amminsitrazione sulla loro applicazione. Nello specifico caso come in tutti i casi l'impugnabilità diretta di un provvedimento va valutata alla luce dell'attualità della lesione, che appunto in tal caso sussisteva.

Il rinvio: le indicazioni delle sezioni unite
Tra le indicazioni più interessanti offerte dai giudici delle sezioni Unite civili, che hanno cassato con rinvio la sentenza del Tribunale, spicca l'affermazione secondo cui esclude che l'atto impugnato, pur avendo carattere regolamentare, sia caratterizzato da generalità e astrattezza tali da non renderlo immediatamente impugnabile. Infatti, in conclusione, vale la pena sottolineare che il regolamento sub iudice ne modificava un altro contenente la disciplina dei canoni regionali per diversi usi dell'acqua pubblica, ma ha regolato con l'aumento solo quelli relativi all'impiego energetico. Cioè la situazione economica delle società ricorrenti.


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