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Trattamento rifiuti, troppe leggi regionali bocciate per incostituzionalità

di Rosa Clemente

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

La recente bocciatura di diverse leggi regionali sui rifiuti, e più in generale di tutela dell'ambiente, da parte della Corte Costituzionale (da ultima la legge n. 26/2014 della Basilicata) inducono a fare alcune riflessioni sulla suddivisione delle competenze con lo Stato.

La norma bocciata
La legge regionale della Basilicata del 14 agosto 2014 n. 26 (Assestamento del bilancio di previsione per l'esercizio finanziario 2014 e del bilancio pluriennale 2014-2016), all'articolo 42, commi 4 e 5, stabiliva che «nelle more della realizzazione, adeguamento e/o messa in esercizio dell'impiantistica di trattamento programmata è possibile smaltire presso le discariche autorizzate ed in esercizio i rifiuti solidi urbani non pericolosi, previo trattamento parziale degli stessi» (comma 4), precisando che «le disposizioni di cui al presente articolo restano in vigore fino all'approvazione del nuovo Piano Regionale dei Rifiuti e comunque non oltre il 31 luglio 2015" (comma 5)».
La sentenza 180/2015 della Corte Costituzionale ha bocciato la legge della Basilicata perché questa, consentendo fino al 31 luglio 2015 di collocare in discarica rifiuti urbani non pericolosi parzialmente trattati, senza che sia specificato in cosa debba consistere il trattamento, è in contrasto con quanto disposto sia a livello nazionale dal Dlgs 36/2003 "Attuazione della direttiva 1999/31/CE e relativa alle discariche dei rifiuti", sia a livello comunitario dalla Direttiva n. 1999/31/CE del 26 aprile 1999 "Direttiva del Consiglio relativa alle discariche di rifiuti", e dai principi generali in tema di discariche elaborati dalla Corte di giustizia in numerose pronunce.

I divieti
In particolare, l'articolo 7, comma 1, del Dlgs 36/2003 vieta espressamente il conferimento in discarica di rifiuti non trattati, eccetto quelli per i quali sia dimostrato che il trattamento non è necessario per raggiungere la riduzione della quantità dei rifiuti o dei rischi per la salute umana e l'ambiente, intendendo per "trattamento" tutti i processi fisici, termici, chimici o biologici, incluse le operazioni di cernita, che modificano le caratteristiche dei rifiuti per ridurne il volume o la natura pericolosa, di facilitarne il trasporto, di agevolare il recupero o di favorirne lo smaltimento in condizioni di sicurezza (articolo 2, comma 1, lettera h), Dlgs 36/2003 e circolare Ambiente del 6 agosto 2013).

La proroga illegittima
L'articolo 17, comma 1, della stessa norma, inoltre, prevede che le discariche già autorizzate alla data di entrata in vigore del decreto 27 marzo 2003 possono continuare a ricevere i rifiuti per cui sono state autorizzate fino al 16 luglio 2005, termine prorogato fino al 31 dicembre 2008 dalla Legge Finanziaria 2007, e non fino al 31 luglio 2015 come disposto dalla regione Basilicata.
La Consulta, in definitiva, in numerose sentenze ha ripetutamente affermato che la disciplina dei rifiuti è riconducibile alla materia "Tutela dell'ambiente e dell'ecosistema", di competenza esclusiva dello Stato in base all'articolo 117, secondo comma, lettera s) della Costituzione, anche se interferisce con altri interessi e competenze, in quanto deve intendersi riservato allo Stato il potere di fissare livelli di tutela uniforme sull'intero territorio nazionale, ferma restando la competenza delle Regioni alla cura di interessi funzionalmente collegati con quelli propriamente ambientali.
La disciplina Statale, quindi «costituisce, anche in attuazione degli obblighi comunitari, un livello di tutela uniforme e si impone sull'intero territorio nazionale, come un limite alla disciplina che le Regioni e le Province autonome dettano in altre materie di loro competenza, per evitare che esse deroghino al livello di tutela ambientale stabilito dallo Stato, ovvero lo peggiorino» (Sentenza Corte Costituzionale n. 58/2015).


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