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Per gazebo e tavolini nei bar del centro storico non serve il via libera della Soprintendenza

di Pippo Sciscioli

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Giunge in piena estate, per uno scherzo del destino, una boccata d'aria fresca per gestori di bar, pizzerie e ristoranti, ambulanti, artigiani, eccetera (ma anche per i Comuni e le Soprintendenze preposti alla gestione delle relative pratiche autorizzative di occupazione di suolo pubblico) alle prese con l'installazione di dehors, gazebo, tavoli, sedi e arredi vari su suolo pubblico a servizio delle proprie attività.

La decisione
Via libera della Corte costituzionale che, con la sentenza n. 140/2015 su ricorso presentato dalle Regioni Veneto e Campania, ha spazzato via due norme varate dal Parlamento, su proposta del Governo, fra il 2013 e il 2014 che, aggiungendo alcune disposizioni all'articolo 52 del Codice Urbani (il testo unico sul paesaggio approvato con Dlgs 42/2004), di fatto avevano imposto il rilascio dell'autorizzazione della Soprintendenza ai beni architettonici per l'occupazione di suolo pubblico da parte degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande e attività commerciali e artigianali con elementi di arredo, mobili o rimuovibili, aperti o chiusi, strumentali a tali attività, posti in piazze, vie, corsi cittadini, centri storici appartenenti a enti pubblici, in primis i Comuni, ed esistenti da olter settant'anni. Costringendo così gli operatori e gli stessi uffici della Soprintendenza a gestire numerose e defatiganti domande di rilascio di autorizzazione, in molti casi limitate ai soli mesi estivi.
Nello stesso tempo il recente e atteso pronunciamento della Consulta assegna un punto- questa volta a favore delle Regioni- nell'infinita battaglia sui conflitti di competenza costituzionale con lo Stato nella disciplina di materie come la tutela della concorrenza e del paesaggio, da un lato, e del commercio e dell'artigianato, dall'altro.
Fatto sta che, da oggi in poi non occorrerà più il formale via libera della Soprintendenza per le occupazione di suolo pubblico a servizio delle attività commerciali, artigianali, di somministrazione.

La vicenda
La vicenda che ha dato origine all'ennesimo conflitto risolto dalla Consulta parte con il Decreto Cultura (legge 112/2013) e prosegue con il successivo Dl 83/2014 convertito dalla legge 106/2014, che, al fine di preservare il paesaggio inteso come patrimonio artistico e culturale, aveva inasprito la disciplina del Codice del paesaggio relativamente alle attività commerciali in genere e alle loro forme e modalità di occupazione di suolo pubblico, prevedendo non solo il rilascio di una formale autorizzazione del Soprintendente per i nuovi insediamenti ma anche la possibilità di revocare le autorizzazione già rilasciate.
Il Mibac, con successiva nota del 4 marzo 2014 al Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia aveva ulteriormente chiarito la portata delle nuove disposizioni, estese, addirittura, a sedie, ombrelloni, pedane, banchi di somministrazione mobili, ringhiere, tavolini, sedie, oltre che gazebo e dehors.
Di qui il ricorso di Veneto e Campania, accolto dalla Corte costituzionale per un vizio procedurale seguito dal Parlamento, che aveva introdotto le norme censurate in violazione del principio costituzionale di "leale collaborazione" fra Stato e Regioni sancito dall'articolo 118 della Costituzione che deve permeare sempre i rapporti tra lo Stato e le Regioni e che, nel caso di specie, avrebbe dovuto comportare la preventiva intesa Stato-Regioni sulle nuove norme da introdurre, da raggiungere in sede della apposita Conferenza.


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