Home  › Servizi pubblici

Scarichi di acque reflue, nessuno sconto dalla Cassazione

di Pietro Verna

Q
E
L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Lo scarico senza autorizzazione nell'impianto fognario pubblico di reflui provenienti da un locale adibito ad attività artigianali, commerciali o industriali integra il reato di scarico abusivo, in quanto reflui aventi caratteristiche qualitative diverse dalle acque domestiche, così come definite dall'articolo 74, lettera g), del Dlgs 152/2006 (Tua).

La vicenda
È quanto ha stabilito la sentenza n. 26706/2015 della Corte di cassazione, che non ha accolto il ricorso proposto contro la sentenza con la quale il Tribunale di Nola aveva dichiarato il titolare di un centro di revisioni di autovetture colpevole del reato di cui all'articolo 137, comma 5, del Tua («chiunque apra o comunque effettui nuovi scarichi di acque reflue industriali, senza autorizzazione, oppure continui ad effettuare o mantenere detti scarichi dopo che l'autorizzazione sia stata sospesa o revocata, è punito con l'arresto da due mesi a due anni o con l'ammenda da millecinquecento euro a diecimila euro»), per aver scaricato, senza autorizzazione, nella rete fognaria cittadina le acque reflue provenienti dal predetto esercizio commerciale.
Sentenza che il ricorrente aveva censurato, perché il giudice di merito non avrebbe tenuto conto delle modifiche contenute nella legge 25 febbraio 2010 n. 36 (Disciplina sanzionatoria dello scarico di acque reflue), in base alla quale l'ambito di applicazione del suindicato articolo 137 è circoscritto alle violazioni più gravi, ossia al superamento di determinati valori limite in relazione a 18 sostanze pericolose indicate nella tabella 5 dell'allegato 5 del Tua (arsenico; cadmio; cromo totale; cromo esavalente; mercurio; nichel; piombo; rame; selenio; zinco; fenoli; oli minerali persistenti e idrocarburi di origine petrolifera persistenti; solventi organici aromatici; solventi organici azotati; composti organici alogenati , compresi i pesticidi clorurati; pesticidi fosforiti; composti organici dello stagno e sostanze classificate contemporaneamente cancerogene e pericolose per l'ambiente acquatico). Tesi, questa, che il Supremo collegio ha ritenuto "palesemente destituita di fondamento", in quanto la condotta contestata non riguarda il superamento dei valori minimi tabellari, ma lo scarico non autorizzato di reflui industriali provenienti da un locale adibito ad attività produttiva.

Indirizzo giurisprudenziale
La pronuncia segue l'indirizzo del Supremo Collegio, secondo cui la "natura" del refluo scaricato costituisce il criterio di discrimine tra la tutela punitiva di tipo amministrativo e quella penale (ex multis, Cassazione 7 luglio 2011 n. 26706). Ragione per la quale si configura come illecito amministrativo lo scarico di acque reflue domestiche, sanzionato ex articolo 133, comma 2, del Tua («chiunque apra o comunque effettui scarichi di acque reflue domestiche senza autorizzazione, oppure continui ad effettuare o mantenere detti scarichi dopo che l'autorizzazione sia stata sospesa o revocata, è punito con la sanzione amministrativa da seimila euro a sessantamila euro»). Mentre costituisce reato lo scarico abusivo di reflui provenienti da edifici in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, diverse dalle acque reflue domestiche.
Indirizzo al quale gli Ermellini si sono costantemente attenuti, stabilendo, ad esempio, che lo scarico non autorizzato di reflui provenienti da un locale adibito a pasticceria integra la figura di reato di cui all'articolo 137 in narrativa. Ciò in considerazione del fatto che nella nozione di "acque reflue industriali" ex articolo 74, lettera h ), dello stesso Testo unico («si intende per acque reflue industriali: qualsiasi tipo di acque reflue scaricate da edifici od impianti in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, diverse dalle acque reflue domestiche e dalle acque meteoriche di dilavamento») rientrano «i reflui non collegati alla presenza umana, alla coabitazione ed alla convivenza di persone» e che, pertanto, sono da considerare fra gli scarichi industriali, oltre a quelli provenienti da attività di produzione industriale vera e propria, «anche gli scarichi provenienti da insediamenti ove si svolgono attività artigianali e prestazioni di servizi, quando le caratteristiche qualitative degli stessi siano diverse da quelle domestiche» (Cassazione 3 aprile 2013 n. 22436). Senza trascurare che, in applicazione di tale principio, è stato ritenuto che l'acqua di lavaggio dei contenitori utilizzati per la raccolta dell'uva, successivamente convogliata in una condotta adibita alla raccolta delle acque piovane, risultasse nel novero nel novero degli scarichi industriali, «in quanto la provenienza dell'acqua era avulsa sia dall'attività del metabolismo umano, sia dalle normali attività domestiche» (Cassazione 24 gennaio 2011 n. 2313).


© RIPRODUZIONE RISERVATA