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Il Comune non è tenuto a pagare i debiti della partecipata in liquidazione

di Michele Nico

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

L'ente locale che partecipa a una società di capitali gode, secondo i principi civilistici, del beneficio della responsabilità limitata, di modo che esso non risulta esposto direttamente verso i creditori della società.
Ne deriva che, nel contesto di una partecipata in liquidazione, ove il socio pubblico doti quest'ultima della liquidità necessaria a far fronte ai debiti sociali, esso rinuncia al limite legale della responsabilità patrimoniale e si accolla, di fatto, un debito altrui, con il rischio di accordare un illegittimo favor ai creditori sociali e di incorrere in una fattispecie di danno erariale.
Questa l'avvertenza data a un Comune dalla Corte dei conti, sezione di controllo per il Piemonte, con la deliberazione n. 99/2015 del 17 giugno 2015, in sede di verifica della gestione finanziaria dell'ente a seguito dell'esame del questionario sul rendiconto 2013, redatto dall'organo di revisione ai sensi dell'articolo 1, commi 166 e seguenti, della legge 266/2005.
In tale occasione il collegio esegue un'accurata disamina dei rapporti tra l'ente locale e le sue partecipate, notando, dalla lettura del verbale di assemblea di una società in liquidazione, che il rappresentante del Comune sotto esame si è impegnato, insieme agli altri due soci pubblici, a pagare tutti i debiti della liquidazione per un complessivo importo di 300mila euro, suddiviso in parti eguali tra i soci, secondo le proposte formulate dalla relazione dei liquidatori.
In relazione a un siffatto impegno, il Comune si è apprestato a iscrivere prudenzialmente in bilancio la somma di propria pertinenza (100mila euro), da versare ad avvenuta liquidazione della società.

No al salvataggio a tutti i costi
Proprio qui si appunta l'attenzione del collegio, per ammonire l'ente locale in ordine alla dubbia legittimità dell'operazione contabile in programma.
Accanto ai richiami più sopra citati circa la responsabilità limitata dei soci, la sezione ricorda che l'attuale sistema normativo – specie dopo l'entrata in vigore dell'articolo 6, comma 19, del Dl 78/2010, convertito in legge 122/2010, recante il divieto per gli enti di effettuare aumenti di capitale o esborsi ad altro titolo in favore delle società partecipate non quotate che abbiano registrato, per tre esercizi consecutivi, perdite di esercizio – ha previsto l'abbandono della logica del "salvataggio a tutti i costi" di strutture e organismi partecipati o variamente collegati alla Pa che versino in situazioni di irrimediabile dissesto.
Nel contesto in esame, appare quindi arduo, se non impossibile, rinvenire un interesse dell'ente locale a ripianare i debiti della società di capitali in liquidazione, anche perché il concorso in parti eguali tra i soci per sopperire al fabbisogno finanziario della società non tiene conto del fatto che il Comune interessato è titolare di una partecipazione ridotta pari al 23,47%, mentre gli altri due soci pubblici sono titolari di quote del 38, 26 per cento.
In ogni caso ciò che più rileva, in questa sede, è l'esigenza che ogni scelta dell'ente in rapporto agli organismi partecipati sia sostenuta da un'idonea motivazione di pubblico interesse, la quale però trova ben ristretti margini di manovra ove l'amministrazione intenda discostarsi dai principi civilistici in materia societaria.


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