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Frenata sul merito ma si stabilizzano altri 100mila precari

di Eugenio Bruno

Il vento del 4 marzo che si avvicina comincia a soffiare anche sull’istruzione. Se è vero, come scriveva Agatha Christie, che “tre indizi fanno una prova” le vicende degli ultimi giorni contribuiscono a rafforzare questo sospetto. L’avvisaglia c’era già stata a leggere i programmi dei partiti o ad ascoltare le dichiarazioni dei leader, con tutto il loro pendant di «aboliremo», «cancelleremo», «cambieremo» la riforma Renzi-Giannini. Una prima conferma è giunta ieri notte con il rinnovo del contratto che porta con sé lo smontaggio, per via pattizia, di un paio dei punti più qualificanti della legge 107 sulla “Buona Scuola” come merito e organico dell’autonomia. Il terzo indizio arriverà nelle prossime settimane quando si apriranno i termini per il nuovo concorsone destinato a 100mila prof. Precari e non.

Le «retromarce»
Ma andiamo con ordine e torniamo alla maratona notturna che ha portato all’accordo contrattuale per il maxi-comparto istruzione, università e ricerca. Al di là dello sprint con cui si proverà a riconoscere sin dal prossimo mese gli aumenti in busta paga (su cui si rivia all’articolo accanto), in questa sede conviene accendere i fari innanzitutto sulle due retromarce che interesseranno il merito rispetto alle decisione prese ai tempi della “Buona Scuola”. La prima è messa nero su bianco nell’intesa siglata all’Aran e riguarda la possibilità di contrattare i criteri generali per l’attribuzione del bonus ai docenti. Laddove la legge 107 aveva volutamente evitato di citare la contrattazione collettiva e affidava ai comitati di valutazione istituiti nelle scuole e presiedute dai dirigenti scolastici il compito di definirli.
La seconda deroga sta sullo sfondo dell’accordo e riguarda la destinazione di un oltre terzo delle risorse originariamente destinate agli incrementi su base meritocratica. E, dunque, selettiva. Settanta milioni dei 200 stanziati nel 2018 serviranno adesso a coprire due voci destinate a far tornare i conti sugli aumenti (il cosiddetto «elemento perequativo» e la «retribuzione professionale docente») e, in quanto tali, dispensati “a pioggia”. L’anno prossimo tale quota scenderà a 40 milioni perchè si onta di utilizzare il fondo ad hoc istituita con l’ultima legge di stabilità.
Sempre in tema di retromarce ne va segnalata anche una terza. Che interesserà l’organico dell’autonomia introdotto dalla “Buona Scuola” e passerà attraverso le procedure di mobiità. Dopo la doppia deroga degli ultimi due anni scolastici che li hanno di fatto resi annuali, con il rinnovo dell’altra notte torna triennale l’arco di tempo che dovrà passare per i passaggi di incarico. Ma solo per quelli da scuola a scuola perché gli spostamenti da e per gli «ambiti territoriali» potranno avvenire ogni 12 mesi. Un disicentivo ulteriore per i presidi che proprio dagli ambiti attingono per le chiamate dirette sui posti di potenziamento dell’offerta formativa.

Le nuove stabilizzazioni
A completare il tris di interventi dal sapore pre-elettorale c’è anche la nuova stabilizzazione di massa all’orizzonte. Che è stata annunciata a dicembre con il decreto firmato dalla ministra Valeria Fedeli ma farà sentire i suoi effetti nei prossimi giorni. La pubblicazione del bando in Gazzetta Ufficiale è attesa ad horas ma, stando all’informativa diffusa nelle scorse settimane dal Miur, le domande potranno essere presentate dalle 9 del 20 febbraio alla mezzanotte del 22 marzo. Una maxi-infornata di docenti che segue alle 132mila stabilizzazioni varate dal luglio 2015 a oggi e che avrà una doppia particolarità. Da un lato, non avrà un numero di posti predeterminato visto che servirà a formare delle graduatorie regionali da cui si attingerà nei prossimi anni; dall’altro, sarà riservata sì ai prof già abilitati (anche sul sostegno) ma potrà vedere la partecipazone, per effetto di una recente sentenza della Consulta, anche degli insegnanti già di ruolo. Semplificate anche le prove visto che i 100 punti sarà assegnati sulla base di una prova orale, che ne varrà 40, e la valutazione di titoli e servizio (gli altri 60). Proprio questo allargamento della platea dovrebbe portare da 80 a 100mila i prof che aspirano alla stabilizzazione. A cui ne seguirà un’altra ancora, destinata stavolta ai soli precari. Anche se privi di abilitazione ma con tre anni di servizio alle spalle. Un plotone di 65mila aspiranti insegnanti. Soltanto dopo toccherà ai nuovi tirocini triennali (Fit) per neolaureati e neolaureate a cui sono affidate gran parte delle speranze di ringiovanimento della nostra classe docente. Che con i suoi 51,2 anni resta la più anziana d’Europa. E tale resterà almeno fino al 2020 quando arriveranno in classe i primi “fittini”.


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