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Fra tre anni 900mila dipendenti pubblici over 60 (uno su tre)

di Gianni Trovati

La lotta all’evasione affidata a un esercito di over 60, che occupano più di un posto su tre nelle agenzie fiscali. E una folla ancora più fitta di ultra60enni negli enti pubblici «non economici» come l’Inps, nei ministeri e a Palazzo Chigi, dove la loro quota sale fino al 42,5 per cento. È la fotografia che sarà offerta dalla nostra Pubblica amministrazione fra tre anni, nel 2021. Ed è facile ricostruirla sulla base dei dati diffusi pochi giorni fa dalla Ragioneria generale con le classi di età dei dipendenti pubblici. Ma non è necessario avventurarsi nel futuro, peraltro molto prossimo, per vedere le dimensioni del fenomeno.
Già nel 2016, monitorato dall’ultimo conto annuale del personale pubblico, avevano raggiunto e superato la soglia dei 60 anni 496mila dipendenti pubblici, cioè il 18% di un totale che esclude solo le Forze Armate per le caratteristiche peculiari di carriera e pensionamenti. Ma è lo «scalone» in arrivo nei prossimi due-tre anni a sollevare le incognite più importanti per una Pa che dovrebbe puntare su digitalizzazione e innovazione dei processi, almeno secondo le strategie dichiarate in un diluvio di analisi sul tema. Strategie non facili da praticare con un organico in cui 913mila dipendenti con più di 60 anni rappresenteranno il 33,5% del totale, e 263mila persone (il 10% del totale) avranno superato anche quota 65 anni.
Attenzione: non si tratta solo della difficoltà, ovvia, che mediamente i dipendenti più anziani incontrano quando sono alle prese con una trasformazione digitale che per funzionare davvero avrebbe bisogno di una “rottura” culturale con le pratiche seguite fin qui. È anche una questione di motivazione, e di possibilità di superare procedure e abitudini organizzative consolidate nei decenni.
Visto in un’altra ottica, l’invecchiamento della Pa mette in agenda una maxi-staffetta generazionale, che in quattro anni potrebbe aprire le porte a 500mila nuovi ingressi. Ma il perimetro è disciplinato dalle regole del turn over, e non potrà crescere di dimensioni: di qui il peso in crescita degli over60.

Gli effetti della crisi
Una dinamica del genere è il risultato finale della crisi di finanza pubblica, che ha avuto una ricaduta doppia sul personale. La riforma previdenziale, scritta per allontanare un ulteriore rigonfiamento del debito pubblico, ha allungato la permanenza in ufficio. Ma questo effetto, generalizzato nel mondo del lavoro, nell’impiego pubblico si è accompagnato ai blocchi del turn over, che hanno ridotto al lumicino l’ingresso di nuove forze in organico. Dallo scorso anno, di manovra in manovra, le briglie si sono un po’ allentate, e stanno riportando in ampi settori della Pubblica amministrazione la possibilità di sostituire tutti i dipendenti che vanno in pensione. Ma a mancare sarà un’intera generazione di mezzo, bloccata dai lunghi anni dell’emergenza di finanza pubblica.

Il nodo delle stabilizzazioni
E gli effetti collaterali della crisi influenzano anche la ripartenza, come indica un’altra cifra. È quella delle oltre 50mila stabilizzazioni previste dal piano triennale straordinario introdotto dalla riforma Madia per assorbire il precariato “storico” (per salire sul treno servono almeno tre anni di anzianità maturata negli ultimi otto) fiorito in tanti settori della Pubblica amministrazione per tamponare (o aggirare) lo stop alle assunzioni. È un numero enorme, se si considera che negli ultimi 10 anni, teatro fra l’altro della maxi-stabilizzazione avviata dal Governo Prodi-bis con l’obiettivo dichiarato di risolvere «definitivamente» il problema, i precari assunti sono stati in tutto 77.730. Fra nuovi concorsi riservati e problemi di fondi, come mostra il caso dei ricercatori precari che rischiano di assorbire una parte degli integrativi oggi destinati al personale stabile, il ritorno alla normalità promette di essere lento.


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