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Nel nuovo contratto più flessibilità e giustificativo per le entrate in ritardo

di Consuelo Ziggiotto

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Il contratto delle funzioni centrali, sottoscritto poche ore prima di Natale, taglia il traguardo degli obiettivi indicati nell'atto di indirizzo all'Aran del giugno scorso, in tema di maggiore flessibilità oraria, introducendo una disciplina che concilia esigenze delle persone, organizzative e quelle dell'utenza.
La valorizzazione degli strumenti che consentono di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro, si è realizzata attraverso l'armonizzazione, in un unico quadro regolativo, delle discipline contrattuali dei diversi comparti di provenienza, insieme a una nuova disciplina comune degli istituti del rapporto di lavoro quali orario, ferie e permessi.
L'articolazione dell'orario di lavoro rimane esclusa dalla contrattazione collettiva. In materia di contrattazione integrativa, infatti, continuano a essere vigenti le limitazioni introdotte dal Dlgs 150/2009 che sottraggono alla contrattazione collettiva le determinazioni per l'organizzazione degli uffici e le misure inerenti alla gestione del rapporto di lavoro. Rimangono pertanto escluse dalla contrattazione collettiva materie quali l'articolazione dell'orario di lavoro, compresi turni, reperibilità, nonché organizzazione del lavoro nell'ambito degli uffici.

Orario di lavoro: la flessibilità giornaliera
L'articolo 17 del nuovo contratto ribadisce che l'orario di lavoro è di 36 ore settimanali ed è funzionale all'orario di servizio e di apertura al pubblico. Perde, rispetto alle formulazioni precedenti, la necessità di essere articolato previo esame con le organizzazioni sindacali. Ciò che riceve una più chiara definizione è lo spazio temporale entro il quale far agire la flessibilità.
La formulazione letterale della norma vede il realizzarsi di un orario flessibile, attraverso la previsione di fasce temporali entro le quali sono consentiti l'inizio e il termine della prestazione lavorativa giornaliera. Questo significa che l'esercizio della flessibilità di cui all'articolo 17, comma 4, vuole il debito orario teorico giornaliero assolto.

Misure di conciliazione vita-lavoro: la flessibilità bimensile
È il capo III del nuovo contratto che introduce e declina una nuova flessibilità che agisce in un arco temporale diverso da quello della giornata.
L'articolo 26, dedicato all’orario di lavoro flessibile, riprendendo la definizione di flessibilità giornaliera, precisa che, nel rispetto di un orario di lavoro che deve rimanere funzionale al servizio e quindi compatibile, nella sua articolazione, alle esigenze di servizio, il dipendente può avvalersi delle fasce di flessibilità sia in entrata che in uscita. Questo significa che nel caso in cui il datore di lavoro abbia definito in 30 minuti la fascia di flessibilità in entrata ed in uscita, il dipendente può legittimamente entrare 30 minuti dopo l'inizio teorico dell'orario di lavoro giornaliero, e uscire mezz'ora prima della fine dell'orario della giornata, non assolvendo in questo modo al debito orario teorico giornaliero.
Il comma 2 dell'articolo 26 indica il tempo massimo entro il quale, il debito orario non assolto, deve essere recuperato. Il nuovo perimetro tracciato, è quello del mese successivo a quello di riferimento. Questo realizza la possibilità che un debito orario non assolto su base mensile non rappresenti nessun mancato rispetto dell'orario di lavoro, bensì l'esercizio legittimo di una flessibilità che consente di recuperare il debito orario entro il mese successivo, secondo modalità e tempi concordati con il dirigente.
Il diritto positivo chiede che il dipendente renda 36 ore settimanali, unitamente alla possibilità che su base mensile ne renda meno, a condizione che entro il mese successivo le recuperi.

Rilevazione dell'orario e ritardi
A integrazione degli istituti sull'orario di lavoro, declinati al capo II del contratto, arriva la fattispecie del ritardo sull'orario in ingresso.
L'articolo 24, al comma 2, precisa che il ritardo sull'orario di ingresso al lavoro comporta l'obbligo di recupero entro l'ultimo giorno del mese successivo a quello in cui si è verificato il ritardo. La specifica disposizione contrattuale lascia intendere che il ritardo in ingresso, è inteso al netto della flessibilità in entrata, cioè quello che si colloca, al di fuori delle fasce di flessibilità giornaliera tant'è che, ove lo stesso ritardo non sia recuperato, va operata una proporzionale decurtazione della retribuzione e del trattamento economico accessorio, fermo restando quanto previsto in materia disciplinare, configurandosi in questo caso un mancato rispetto dell'orario di lavoro.
A una prima lettura appare difficile definire il confine che traccia la fine di una flessibilità bimensile non recuperata e il ritardo in ingresso non recuperato, in quanto agiscono sul medesimo arco temporale. Trattandosi di due istituti declinati in distinte norme, sembrano potersi cumulare nel loro “utilizzo”, con l'attenzione di conservarne una rilevazione distinta.

Permessi orari a recupero
Gli istituti che consentono di giustificare un'entrata in ritardo introdotti al capo I e sopra descritti, si sommano a un istituto preesistente che non ha subito particolari stravolgimenti. Stiamo parlando dei permessi orari a recupero disciplinati ora all'articolo 36 del capo V. Questi permessi nascono con l'intento di sospendere o interrompere l'attività lavorativa, pertanto, non vanno utilizzati in via sistematica, per giustificare un'entrata in ritardo. Rimane pur vero che possono essere utilizzati e lo sono stati fino ad oggi, per tale scopo; riprova ne è il fatto che possono essere chiesti non oltre 1 ora dopo l'inizio della giornata lavorativa.
La ratio di questo istituto, tuttavia, non li vuole dedicati a giustificare le entrate in ritardo, all'uopo sono stati infatti introdotti gli istituti di cui non si disponeva prima dell'entrata in vigore di questo contratto e sopra descritti.
Giova rammentare che questi permessi orari, agiscono in maniera molto particolare sul debito orario settimanale.
Premesso che la fattispecie giuridica del debito orario non è rinvenibile nel diritto positivo, rimane immutato l'obbligo di rendere 36 ore settimanali da parte del lavoratore dipendente.
Nel caso in cui un lavoratore goda di un permesso orario a recupero, il permesso non riduce il debito orario settimanale ed è in questo “agire” del permesso che risiede il conseguente obbligo di recupero nel termine del mese successivo a quello nel quale è goduto. Un mancato recupero in termini di prestazione lavorativa resa, determina la proporzionale decurtazione della retribuzione.
Detto in altri termini, il contratto legittima una prestazione lavorativa inferiore a quella contrattualmente prevista, a condizione che si provveda ad una proporzionale decurtazione della retribuzione nel rispetto del principio secondo cui la retribuzione è ancorata alla prestazione resa. In questo caso non si configura alcun mancato rispetto dell'orario di lavoro. Ciò che va monitorato con attenzione è il rispetto del tetto massimo delle 36 ore annue, superato il quale, alla proporzionale decurtazione della retribuzione devono attivarsi le procedure in materia disciplinare.


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