Home  › Personale

Malattia, periodo di prova, incarichi extraistituzionali e spese di trasferta

di Gianluca Bertagna

La rubrica settimanale con le indicazioni sintetiche delle novità normative e applicative intervenute in tema di gestione del personale nelle pubbliche amministrazioni.

Attività lavorative durante la malattia
«Costituisce illecito disciplinare l'espletamento di attività extralavorativa durante il periodo di assenza per malattia non solo se da tale comportamento derivi un'effettiva impossibilità temporanea della ripresa del lavoro, ma anche quando la ripresa sia solo messa in pericolo dalla condotta imprudente». Sono queste le conclusioni della Corte di cassazione civile, sezione Lavoro, nella sentenza n. 19089/2017, che esamina il caso di un lavoratore il quale, assente per malattia a seguito di un infortunio in itinere, veniva scoperto dal datore, tramite agenzia investigativa, a lavorare presso la farmacia della moglie. Nella sentenza, innanzitutto, viene precisato che il datore di lavoro può procedere, al di fuori delle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti di circostanze di fatto atte a dimostrare l'insussistenza della malattia o la non idoneità di quest'ultima a determinare uno stato di incapacità lavorativa, e quindi a giustificare l'assenza, e, in particolare, ad accertamenti circa lo svolgimento da parte del lavoratore di un'altra attività lavorativa, peraltro valutabile anche quale illecito disciplinare sotto il profilo dell'eventuale violazione del dovere del lavoratore di non pregiudicare la guarigione o la sua tempestività. Lo svolgimento di altra attività lavorativa da parte del dipendente assente per malattia è idonea a giustificare il recesso del datore di lavoro per violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà, ove tale attività esterna, prestata o meno a titolo oneroso, sia per sé sufficiente a far presumere l'inesistenza della malattia, dimostrando, quindi, una sua fraudolente simulazione, ovvero quando, valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, l'attività stessa possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro in servizio del lavoratore, ferma restando la necessità che, nella contestazione dell'addebito, emerga con chiarezza il profilo fattuale, così da consentire una adeguata difesa da parte del lavoratore.

Periodo conservazione del posto
Ai sensi dell'articolo 14-bis, comma 9, del Ccnl del 6 luglio 1995, l'ente di provenienza ha l'obbligo di conservare il posto al dipendente dimissionario assunto da una nuova amministrazione. All'Aran è stato chiesto se, come periodo, si debba fare riferimento alla durata contrattuale del periodo di prova presso il nuovo ente come formalmente stabilita (due, quattro o sei mesi), oppure occorra tenere conto anche dell'eventuale prolungamento del suddetto periodo di prova conseguente al sopravvenire di cause si sospensione del rapporto di lavoro (e del periodo di prova) nell'ambito del nuovo rapporto di lavoro. Con parere Ral_1944_Orientamenti Applicativi del 28 luglio 2017, l'Agenzia ritiene che, sulla base di una interpretazione secondo principi di correttezza e buona fede, il diritto alla conservazione del posto sussiste a favore del lavoratore interessato, presso l'ente di provenienza, per tutta l'effettiva durata del periodo di prova e non solo per il tempo, teorico, contrattualmente previsto. Infatti, prosegue il parere, non si rinverrebbero specifiche motivazioni giuridiche idonee a giustificare diverse modalità di computo del periodo di prova in relazione alla circostanza che lo stesso sia prestato presso l'ente di provenienza oppure presso una diversa altra amministrazione. Pertanto, conclude l'Aran, la garanzia per il dipendente si protrae fino a che il periodo di prova presso la nuova amministrazione non si sia completamente ed effettivamente concluso.

Richiesta retroattiva per svolgere incarichi extraistituzionali
Il Tar Emilia Romagna è stato chiamato a esaminare il caso di un professore ordinario che ha chiesto di essere autorizzato “ora per allora” ad assumere l'incarico di membro del consiglio di amministrazione di una banca ottenendo, però, un diniego da parte del rettore dell'università che riteneva la richiesta inaccoglibile. Nella sentenza n. 263/2017si legge che «sarebbe un controsenso autorizzare ex post un incarico in base ad un potenziale conflitto di interessi, se si considera, altresì, che il fondamento della disciplina della norma citata (articolo 53 del Dlgs 165/2001, ndr) deve rintracciarsi negli articoli 97 e 98 della Costituzione, ovvero nelle garanzie di imparzialità, efficienza e buon andamento dei pubblici impiegati che sono a servizio esclusivo della Nazione. Sussiste in questa materia una presunzione legale di carattere generale in relazione all'incompatibilità degli incarichi esterni con i doveri d'ufficio». Viene altresì ricordato che la situazione di incompatibilità deve, conseguentemente, essere valutata in astratto, sul presupposto che la norma mira anche a salvaguardare le energie lavorative del dipendente al fine del miglior rendimento, indipendentemente anche dalla circostanza che questi abbia sempre regolarmente svolto la propria attività impiegatizia. Nessuna autorizzazione a posteriori può quindi ritenersi legittima in questo quadro normativo.

Spese di missione e trasferta
Un Comune è obbligato a rimborsare a un proprio dipendente le spese di trasferta da questi sostenute per l'assolvimento dell'ufficio di giudice tributario? L'Aran, con parere Ral n.1936/2017-Orientamenti Applicativi, evidenzia che l'articolo 41, comma 1, del Ccnl del 14 settembre 2000 espressamente dispone che «Il presente articolo si applica ai dipendenti comandati a prestare la propria attività lavorativa in località diversa dalla dimora abituale e distante più di 10 Km dalla ordinaria sede di servizio». Ciò posto, dunque, sarebbe evidente che la fattispecie presa in considerazione e disciplinata dal citato articolo 41, sia solo quella del dipendente di un ente al quale, sempre nell'ambito del suo rapporto di lavoro con l'ente di appartenenza, è dato l'ordine di prestare la propria normale attività lavorativa, in via del tutto eccezionale e temporanea, in una località diversa dalla propria ordinaria sede di servizio. Tuttavia, i presupposti della disciplina contrattuale non sembrano potersi ritenere sussistenti nel caso in esame, dato che il dipendente si reca in altro luogo, diversa dalla sede ordinaria di lavoro, non per l'esecuzione della propria ordinaria prestazione lavorativa, ma per l'espletamento, al di fuori del rapporto di lavoro, di funzioni e attività di natura diversa e non nell'interesse dell'ente di appartenenza ma di altra amministrazione (commissione tributaria).


© RIPRODUZIONE RISERVATA