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La stabilizzazione sana la proroga illegittima dei contratti a termine

di Vincenzo Giannotti

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Significativo arresto della Corte di cassazione nella sentenza n. 16336/2017 dove da un lato, affronta l'illegittimità delle proroghe dei contratti a termine anche se previste dal legislatore e dall'altro, stabilisce il principio secondo cui l'eventuale successiva stabilizzazione del citato personale a temine, rende le eventuali sanzioni previste dalla normativa non giustificabili a fronte del raggiunto «bene della vita» da parte del personale stabilizzato.

I fatti di causa
Alcuni lavoratori inizialmente assunti con contratto a tempo determinato (ex Lavoratori di pubblica utilità) dal ministero della Giustizia, si vedevano prorogare i loro contratti a tempo determinato in vista della loro possibile stabilizzazione, per tale motivo adivano il giudice ordinario al fine di vedersi riconoscere il danno subito da tali illegittime successioni di contratti a termine. La Pa si difendeva precisando come le proroghe disposte fossero stabilite dal legislatore e come tali assistite da una normativa primaria di pari rango a quella prevista dal Dlgs n. 368/2001 sui contratti a termine.

La proroga dei contratti a termine
Gli Ermellini affrontano inizialmente le deduzioni avanzate dalla pubblica amministrazione - per verificare se una legge ordinaria che autorizzi la Pa in attesa della stabilizzazione dei lavoratori alla proroga dei contratti a termine - possa violare il limite massimo previsto dall'articolo 36 Dlgs n. 165/2001, ovvero le disposizioni previste dal Dlgs n. 368/2001 le quali prevedono specifiche motivazioni a supporto della durata dei contratti oltre il limite massimo dei 36 mesi, ovvero stabiliscono un numero massimo di possibili proroghe da parte del datore di lavoro pubblico o privato.
Dalla ricostruzione della normativa nazionale e di quella europea, si evince in modo chiaro come non sia possibile da parte della Pa derogare alle disposizioni di cui al Dlgs n. 368/2001 neppure a fronte di una legge specifica. Le citate disposizioni per i contratti a tempo determinato, d'altra parte, recepiscono le indicazioni comunitarie contro l'abuso nell'utilizzo dei contratti a termine, precisando all'articolo 4 come «Il termine del contratto a tempo determinato può essere, con il consenso del lavoratore, prorogato solo quando la durata iniziale del contratto sia inferiore a tre anni. In questi casi la proroga è ammessa una sola volta e a condizione che sia richiesta da ragioni oggettive e si riferisca alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto è stato stipulato a tempo determinato. Con esclusivo riferimento a tale ipotesi la durata complessiva del rapporto a termine non potrà essere superiore ai tre anni». In tale cornice, le disposizioni legislative si limitano solo ad autorizzare l'amministrazione ad avvalersi, con le scadenze indicate, del personale così assunto, dando luogo a successive proroghe dei contratti a termine inizialmente conclusi, ma pur restando tali proroghe all'interno dei divieti previsti sulla successione dei contratti a termine.
In conclusione, le citate disposizioni legislative in ragione di una interpretazione eurocompatibile e costituzionalmente orientata delle stesse, non derogano, come fonte di pari grado, al Dlgs n. 368 del 2001, nelle more adottato dal legislatore, ma operano proprio nel contesto di legalità e di compatibilità comunitaria, delineato dal medesimo decreto legislativo. In ragione di tale orientamento il ricorso incidentale del Ministero deve essere rigettato.

Il risarcimento del danno
Le violazione della successione dei contratti a termine impone quindi un danno risarcibile per l'abuso effettuato dalla Pa, a meno che l'amministrazione non risarcisca con altre misure equivalenti il citato abuso alla reiterata successione di contratti. È stato anche precisato come «il lavoratore a termine nel pubblico impiego, se il termine è illegittimamente apposto, perde la chance della occupazione alternativa migliore e tale è anche la connotazione intrinseca del danno, seppur più intenso, ove il termine sia illegittimo per abusiva reiterazione dei contratti» (sezioni unite, sentenza n. 5072 del 2016). Nel caso di specie, l'intervenuta stabilizzazione dei lavoratori integra una misura equivalente, idonea a sanzionare debitamente l'abuso, atteso che i soggetti lesi dall'abusivo ricorso ai contratti a termine in questione hanno, comunque, ottenuto, in ragione della procedura di stabilizzazione, il medesimo «bene della vita» per il riconoscimento del quale hanno agito in giudizio. Pertanto, non potrà trovare applicazione il risarcimento del danno previsto dall'articolo 36, comma 5, del Dlgs n. 165 del 2001, con esonero dall'onere probatorio nella misura e nei limiti di cui alla legge 4 novembre 2010 n. 183, articolo 32, comma 5, e quindi nella misura pari a un'indennità onnicomprensiva tra un minimo di 2,5 e un massimo di 12 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto. Resta ferma la possibilità di dimostrare ulteriori danni subiti con onere della prova a carico del lavoratore.


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