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Riforma a metà per i concorsi pubblici

di Gianni Trovati

Il Consiglio di Stato promuove la mini-riforma dell’articolo 18 per i dipendenti pubblici, quella che fissa il tetto di 24 mensilità in caso di reintegro dopo il licenziamento e che secondo molti analisti (i tecnici di Camera e Senato in primis) corre il rischio di essere fuori delega. I giudici amministrativi non la pensano così, fanno rientrare il tema fra le esigenze di coordinamento indicate dalla legge Madia (articolo 16, comma 2, lettera c) ma chiedono di ripensare le tutele per il personale sottoposto a procedimento disciplinare, reintroducendo un termine perentorio di conclusione dell’iter mentre la linea «sostanziale» scritta nella riforma punta a salvare le sanzioni dalle contestazioni nate da vizi formali o dal mancato rispetto del calendario.
Nelle quasi 90 pagine delparere 916/2017, il Consiglio di Stato passa al setaccio tutte le novità scritte dal decreto legislativo sul pubblico impiego, il provvedimento attuativo della riforma Madia che serve fra l’altro a riavviare le trattative sui contratti e nelle prossime settimane sarà messo sotto esame dalle commissioni parlamentari prima dell’approvazione definitiva in consiglio dei ministri. Il risultato è una promozione del testo, anche se il «parere positivo» è accompagnato da una serie di osservazioni che rimettono in discussione capitoli importanti del decreto.

Concorsi
Il primo è rappresentato dalla “riforma a metà” dei concorsi, che secondo i giudici potrebbe essere più incisiva: la delega prevedeva di puntare maggiormente le verifiche sui casi pratici, per superare la piega teorico-nozionistica criticata l’anno scorso anche in un dossier della Banca d’Italia, ma l’incarico è rimasto lettera morta come quello che prevedeva di semplificare le procedure: per tagliare i tempi biblici dei concorsi, suggeriscono i giudici amministrativi, si potrebbe limitare la valutazione dei titoli ai candidati che effettivamente partecipano a tutti gli scritti, evitando così il lungo lavoro di verifica su chi di fatto decide di non concorrere. Non è stato cancellato, poi, il voto minimo di laurea (come prevedeva la delega), e anche la valorizzazione del dottorato di ricerca appare parecchio timida, lasciata com’è alle scelte autonome delle singole amministrazioni.

Precari
Da correggere, per il Consiglio di Stato, c’è anche il piano straordinario di assunzione dei precari (50mila secondo le stime della Funzione pubblica), che da un lato non può aprire varchi troppo ampi nel principio costituzionale del concorso pubblico ma dall’altro non deve porre vincoli tali da tagliare troppo la platea dei possibili beneficiari.
Da quest’ultimo punto di vista, il problema principale si incontra nei requisiti per aspirare alla stabilizzazione. Secondo il decreto, le porte si possono aprire per chi ha maturato almeno tre anni di anzianità negli ultimi otto all’interno della stessa Pa che effettua l’assunzione. I giudici raccomandano al governo di cancellare quest’ultimo vincolo, prevedendo che l’anzianità possa essere maturata in qualsiasi Pa, per due ragioni: il legame esclusivo con la Pa che assume limita drasticamente i candidati alla stabilizzazione in ogni ente, e soprattutto va in senso contrario a tutte le regole che in questi anni stanno provando a promuovere la mobilità fra le amministrazioni, principio cardine della stessa legge delega. L’esplicita esclusione dei tecnici della scuola, fuori dal piano straordinario come la sanità, rischia poi di non cancellare i rischi di procedura di infrazione Ue, cioè proprio una delle spinte alla base della nuova ondata di stabilizzazioni. Ma anche per i contratti a termine del futuro ci sono problemi da sciogliere: primo fra tutti quello di indicare puntualmente le forme flessibili consentite alla Pa, perché il richiamo al Jobs Act cancella le co.co.co. ma lascia nell’ombra le regole su tipologie contrattuali come il part-time e il telelavoro.


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