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Statali, su produttività e assenze ultima parola ai contratti nazionali

di Gianni Trovati

Sui premi di produttività e sui disincentivi all'assenteismo di massa l'ultima parola spetterà ai quattro contratti nazionali del pubblico impiego che dovranno vedere la luce dopo la riforma. Alle intese nazionali toccherà il compito di definire i risultati della valutazione, articolata sulla base degli obiettivi nazionali fissati dal governo e di quelli specifici che saranno decisi dai vertici di ogni amministrazione. Sempre i contratti nazionali dovranno decidere come sfoltire la giungla delle regole sui fondi per gli integrativi che finora hanno alimentato il caos interpretativo, ma non sono riuscite a fermare gli abusi individuati dagli ispettori della Ragioneria generale e dalla Corte dei conti.

La centralità dei contratti nazionali
La centralità dei contratti nazionali è stato uno dei temi chiave nel confronto di ieri fra governo e sindacati. Il ritorno di molte materie dalla legge ai contratti, dopo la «legificazione» delle regole del rapporto di lavoro pubblico tentata nel 2009, è del resto uno dei pilastri della nuova riforma del pubblico impiego attuativa della legge delega sulla Pa e attesa in consiglio dei ministri per il primo via libera. Dalla strategia alle regole di dettaglio, però, il passaggio non è banale, e le discussioni di ieri lo confermano.
Le bozze al centro del confronto fissano una sorta di principio supremazia dei contratti, che potranno incidere su tutte le regole dei rapporti di lavoro con l'eccezione di quelle espressamente indicate come «inderogabili».

I premi di produttività
Tra i punti principali interessati da questo cambio di prospettiva c'è proprio la distribuzione dei premi di produttività, che la riforma del 2009 (mai attuata a causa del blocco della contrattazione) chiedeva di negare a un quarto del personale, concentrando i premi sul 25% dei dipendenti giudicati «eccellenti» e spalmando il resto sul 50% degli organici. Dopo un primo tentativo di mantenere comunque delle percentuali rigide, senza però imporre azzeramenti alle indennità a gruppi di dipendenti, le ultime bozze hanno rinunciato del tutto a questa strada, e chiedono appunto ai contratti nazionali di garantire «un'effettiva diversificazione dei trattamenti economici correlati» ai giudizi dati dagli organismi indipendenti di valutazione, che a loro volta dovranno essere contraddistinti da una «significativa differenziazione». Tradotto, significa provare a superare la prassi consolidata delle indennità a pioggia senza indicare in via preventiva criteri validi per tutti gli enti pubblici.
La centralità del contratto nazionale è confermata dal richiamo al Jobs Act, che non riguarda l'articolo 18 (su cui viene confermata l'applicazione alla Pa del vecchio Statuto dei lavoratori), ma proprio il ruolo dei contratti: tutti i rimandi del decreto attuativo del Jobs Act, spiegano le bozze del nuovo provvedimento, nella Pa vanno riferite alle intese nazionali.

I rapporti sindacali
Su questa base resta però aperta la questione dei rapporti sindacali, perché accanto all'ampliamento del ruolo dei contratti la riforma limita gli spazi di interdizione per quel che riguarda l'organizzazione degli uffici. Questo rafforzamento dei poteri dirigenziali è al centro della discussione, e resta da capire come il testo finale distribuirà le competenze.
Ai contratti, infine, è assegnato il compito di disincentivare le assenze "strategiche", cioè quelle che si concentrano in periodi critici per i servizi (il riferimento è all'esodo dei vigili di Roma a Capodanno 2015) o nei giorni vicini a fine settimana e festività per garantire l'effetto-ponte.
I contratti, nel disegno del governo, dovranno vietare gli aumenti dei fondi che finanziano le voci integrative nelle amministrazioni in cui questo tipo di assenza si rivela molto superiore alla media: sempre che ci si riesca ad accordare sui parametri.


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