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Mobbing del Comune sul vigile urbano trasferito alle pratiche cimiteriali

di Daniela Casciola

Riconosciuto il mobbing del Comune ai danni del vigile urbano dapprima trasferito immotivatamente alla funzione di istruttore amministrativo e, infine, alle pratiche cimiteriali. Lo ha deciso la Corte di cassazione, con la sentenza n. 2142/2017, rigetta il ricorso dell'amministrazione e

I fatti
La vicenda è a tinte fosche. Dalle deposizioni testimoniali era emerso che, nell'arco di due anni, un vigile urbano della provincia Reggio Calabria era stato destinato ai servizi amministrativi e via via privato delle proprie mansioni con «compiti ridottissimi» riconducibili a una qualifica professionale inferiore. Il dipendente veniva lasciato inattivo e isolato dai colleghi, privo di scrivania e di un ufficio, costretto a sostare in piedi nel corridoio. E arriviamo, così, al successivo trasferimento agli uffici cimiteriali. Sempre le testimonianze ci dicono che fu accompagnato all'entrata del cimitero e gli fu detto che quella era la sua sede di lavoro. Nessuna specificazione circa i compiti che potessero essere svolti in quella sede, in assenza di uno sportello per il pubblico. Ma ciò che più rileva è il locale adibito ad ufficio come ce la descrive la sentenza: «una stanza che presenta varie suppellettili ed oggetti che fanno pensare in maniera inequivoca ad una camera mortuaria annessa al cimitero, un luogo igienicamente non adeguato, non conforme alle più elementari norme di sicurezza, oltre che lesivo della stessa dignità umana». Sicché appare del tutto ovvio che, in primo luogo, fosse impossibile rendere la prestazione lavorativa in quel luogo, oltre che appare evidente che tale locale avesse una funzione al tempo stesso punitiva e «rappresentativa», essendo volto a veicolare un messaggio chiaramente mobbizzante.

La decisione
Non c'è dubbio per la Cassazione che si tratti di mobbing. La ricostruzione della vicenda operata dal giudice di merito ne presenta tutti gli elementi fondanti che la Cassazione ha sempre affermato devono ricorrere e che in questa occasione ricorda. Innanzitutto una serie di comportamenti di carattere persecutorio - illeciti o anche leciti se considerati singolarmente - che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi. Poi deve esserci l'evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente e un nesso eziologico tra le condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità. Coagula il tutto l'elemento soggettivo, cioè l'intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi.


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