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Contratti, mercoledì la firma definitiva sui comparti e poi al via la (lunga) trattativa

di Gianni Trovati

I sindacati del pubblico impiego che non raggiungono le dimensioni minime per essere considerati «rappresentativi» nei nuovi comparti del pubblico impiego avranno tempo fino alla vigilia di Ferragosto per aggregarsi e continuare a sedersi ai tavoli delle trattative.

La riduzione dei comparti
È questo il primo effetto del lento cammino che sta portando alla ridefinizione della geografia della Pa. Ieri dall'Aran è partita la convocazione per mercoledì prossimo, 13 luglio, per la firma definitiva al contratto quadro che riduce a quattro gli undici comparti in cui finora è stato diviso il pubblico impiego. Per sanità ed enti locali cambia poco, quindi non sono necessarie alleanze, mentre la fusione di istruzione, università e ricerca e la creazione del comparto delle «funzioni centrali», che accorpa ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici e tutto il resto della Pa statale, modifica parecchio le condizioni: per essere rappresentativi i sindacati devono raggiungere il 5% nella media di iscritti e voti nelle Rsu, per cui più si allargano i confini del comparto più cresce il bisogno di iscritti e votanti per superare la soglia. L'intesa dà 30 giorni di tempo per le alleanze.

Tempi lunghi
Questi problemi aiutano a spiegare i tempi lunghi con cui l'accordo arriva al traguardo, dopo la prima intesa del 5 aprile approvata con poche correzioni nel consiglio dei ministri del 15 giugno, ma le conseguenze politiche e pratiche superano di molto le questioni che stanno a cuore agli addetti ai lavori sindacali. La riduzione dei comparti pubblici è la premessa, imposta dalla riforma Brunetta del 2009, per far ripartire la trattativa sui contratti, sbloccati dalla sentenza della Corte costituzionale pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 29 luglio 2015 ma ancora in stallo.

Questioni ancora aperte
Definito il numero dei contratti nazionali, però, restano da deciderne i contenuti, e le premesse non indicano tempi brevi. Alla Funzione pubblica si sta lavorando all'atto di indirizzo, che dovrebbe chiedere ad Aran e sindacati di prevedere ritocchi in busta paga inversamente proporzionali ai livelli di reddito e indicare la strada di un rafforzamento della contrattazione decentrata. I sindacati continuano a giudicare insufficienti i 300 milioni messi a disposizione dalla manovra (a cui si aggiungono circa 70 milioni a carico degli enti territoriali), e la partita si intreccia con quella della riforma del pubblico impiego, in attuazione della riforma Madia. Per scrivere il Testo unico, però, il governo ha tempo fino all'inizio del 2017, e sembrano scendere le quotazioni dell'ipotesi che prevedeva un'accelerazione, accorpando il decreto a quello sui dirigenti da approvare in prima lettura entro fine mese. A breve, dunque, dovrebbe arrivare la convocazione annunciata dalla ministra della Pa Marianna Madia, ma la strada è ancora lunga.


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