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Salario accessorio, il mancato rispetto del patto bloccala sanatoria del fondo solo per gli anni interessati

di Luca Tamassia

L’omesso rispetto del patto di stabilità interno per uno o più esercizi interessati dalla verifica dei fondi di finanziamento del salario accessorio del personale dipendente e dei dirigenti disposta dalle misure di sanatoria introdotte dall’articolo 4, commi da 1 a 3, del Dl n. 16/2014, preclude l’operatività di tali misure, ma limitatamente agli esercizi nel corso dei quali sia stato accertato il mancato rispetto del patto stesso.

La pronuncia del giudice contabile
La recente pronuncia di orientamento della sezione controllo della Corte dei conti del Veneto, di cui alla deliberazione n. 256 del 6 aprile 2016, ha riacceso i riflettori sull’applicazione della cosiddetta sanatoria in materia di mancato rispetto di vincoli finanziari posti alla contrattazione integrativa e all'utilizzo dei relativi fondi, di cui all’articolo 4 del Dl n. 16/2014, scolpendo un principio di portata generale, nella complessa materia in esame, sintetizzabile nell’affermazione per la quale, laddove nel periodo di accertata criticità della costituzione dei fondi di alimentazione del salario accessorio del personale dipendente l’amministrazione interessata non avesse rispettato anche uno solo dei presupposti oggettivi necessari per il ricorso all’operatività di cui all’articolo 4, comma 3, del Dl n. 16/2014, tra i quali la disposizione annovera, appunto, anche il rispetto del patto di stabilità, la stessa non potrà fruire della “sanatoria” prevista dal legislatore, in quanto, ove ciò fosse consentito, il legislatore avrebbe offerto l’opportunità di sanare la non corretta costituzione dei fondi in questione, operata mediante la disapplicazione delle nullità previste dal vigente ordinamento in materia (articolo 40, comma 3-quinquies, quinto periodo, del Dlgs n. 165/2001), anche alle amministrazioni non virtuose, ovvero quelle che abbiano violato norme di rango pubblicistico finalizzate alla tutela degli equilibri di finanza pubblica, traducendosi, di conseguenza, l’applicazione di tali disposizioni di favore, in una sorta di scudo generalizzato che renderebbe, di fatto, inoperanti i presupposti applicativi di cui al citato comma 3 dell’articolo 4, ampliando, oltremodo, la platea dei soggetti che possono ricorrervi. Pur risultando condivisibile l’arresto del controllo contabile, tuttavia l’assunto merita un’opportuna specificazione, al fine di scongiurare il rischio per il quale una lettura frettolosa potrebbe condurre ad errate conclusioni, non in linea con la lettera e la ratio della norma.
L’interdizione dell’efficacia della disposizione derogatoria su cui si è soffermata la Corte in relazione al difetto del requisito dell’omessa osservanza del patto di stabilità, infatti, potrebbe lasciare intendere che sarebbe sufficiente incappare anche solo nel mancato rispetto del patto di stabilità interno relativamente ad un esercizio isolato - nell’ambito della serie storica di verifica dei fondi di finanziamento del trattamento economico accessorio indotta dalla disposizione sanante (nei limiti del periodo decennale di prescrizione legale, come affermato dall’atto di indirizzo applicativo della presidenza del Consiglio dei ministri dell’8 agosto 2014) - per bloccare tout court gli effetti prodotti dalla sanatoria in relazione a tutti gli esercizi in cui si sia verificata l’eccedenza di somme appostate sui fondi in violazione dei limiti finanziari prescritti da norme di legge e contrattuali, anche in relazione a esercizi in ordine ai quali si fosse riscontrata l’osservanza dei limiti imposti dal patto di stabilità, per i quali, dunque, l’ente avesse assunto comportamenti virtuosi secondo il vigente ordinamento.

L’orientamento espresso
Letto in tal modo, non di meno, il pur pregevole avviso del Giudice dei conti non terrebbe in alcuna considerazione non solo il chiaro tenore letterale della disposizione, ma ne tradirebbe, ancor più, la reale portata applicativa svilendone ogni utilità pratica, in stridente contrasto con l’obiettivo perseguito dal legislatore, rappresentato, all’evidenza, dalla facoltà di chiudere ogni conto col passato in relazione agli errori, non di rado giustificati, in cui fossero incorse le amministrazioni nella gestione dell’istituto contrattuale in argomento, a condizione che, negli anni oggetto di superamento dei limiti consentiti dall’ordinamento, le amministrazioni stesse avessero osservato tutti gli indicatori macro-economici di spesa indotti dall’ordinamento, tra i quali, appunto, il patto di stabilità interno. L’orientamento espresso in materia, comunque, pare proprio andare nella direzione di ritenere che la preclusione applicativa della sanatoria in caso di mancato rispetto del patto di stabilità interno attenga esclusivamente gli esercizi che siano privi di tale requisito, facendo salva, pertanto, l’efficacia della stessa con riferimento a quegli esercizi che presentino tutte le condizioni di operatività prescritte dall’articolo 4 del Dl n. 16/2014. Tale asserzione, infatti, si fonda sull’inequivocabile contenuto dell’avviso contabile, in particolare laddove lo stesso specifica che se nel periodo di superamento dei limiti finanziari nella costituzione del fondo l’amministrazione interessata non abbia rispettato anche uno solo dei presupposti oggettivi necessari per il ricorso all’operatività di cui all’articolo 4, comma 3, del Dl n. 16/2014, la stessa non possa usufruire della sanatoria prevista dal legislatore, limitando, quindi, in modo chiaro e condivisibile, tale inefficacia al solo periodo nel quale non siano presenti le necessarie premesse di diritto.

Osservazioni finali
La sezione controllo del Veneto, dunque, pare cogliere nel segno circa la ratio della disposizione che sottende alla questione posta alla sua valutazione, ritenendo, infatti, che se nel periodo di accertato superamento dei limiti imposti alla costituzione del fondo, che nel caso prospettato dal Comune interessato si estende dal 2008 al 2012, l’amministrazione non ha rispettato anche uno solo dei presupposti oggettivi necessari per il ricorso all’operatività della sanatoria di cui all’articolo 4, comma 3, del Dl n. 16/2014, la stessa non può fruire del beneficio previsto dal legislatore in relazione al periodo oggetto di accertamento, atteso che, in caso contrario, si consentirebbe l’utilizzo della sanatoria anche a vantaggio delle amministrazioni meno virtuose.  Ma se l’elemento di riferimento ai fini attuativi dell’istituto è rappresentato, dunque, dal comportamento virtuoso assunto dall’ente in relazione all’accertata presenza di tutti i presupposti prescritti dalla norma di favore, quale osservanza di norme pubblicistiche tese alla salvaguardia degli equilibri di finanza pubblica, allora appare del tutto conseguenziale che la sanatoria possa dispiegare ogni utile effetto in riferimento a quegli esercizi per i quali l’amministrazione abbia dato dimostrazione, peraltro verificata, dell’osservanza delle limitazioni che costituiscono le necessarie premesse giuridiche di attuazione del beneficio.


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