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Ferie monetizzabili se la cessazione del rapporto di lavoro è «improvvisa»

di Pasquale Monea

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

La Corte Costituzionale (sentenza 95/2016, descritta sul Quotidiano degli enti locali e della Pa del 9 maggio) interviene con una sentenza interpretativa di rigetto per esaminare la questione delle "ferie non godute" nell'ambito del pubblico impiego, disciplina prevista dall'articolo 5, comma 8, del Dl 95/2012; in base a questa norma, le ferie maturate e non godute all'atto della cessazione del rapporto non danno luogo alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi, con l'ulteriore previsione che la violazione, oltre a comportare il recupero delle somme indebitamente erogate, è fonte di responsabilità disciplinare e amministrativa per il dirigente responsabile.

L'interpretazione «costituzionalmente orientata»
Prima di tutto occorre precisare che le decisioni interpretative di rigetto rappresentino la prima tipologia di decisioni creata dalla Corte per sottrarsi all'alternativa secca tra fondatezza e infondatezza. Con queste decisioni, infatti, la Corte giunge sì a una dichiarazione di infondatezza, ma fornisce allo stesso tempo un'interpretazione della disposizione impugnata idonea a salvarla dall'incostituzionalità. In altre parole, la questione può essere ritenuta infondata a condizione che della disposizione oggetto del dubbio di costituzionalità sia data l'interpretazione individuata dalla Corte nella sua decisione. Queste pronunce, che si fondano sul presupposto logico del riconoscimento alla Corte costituzionale non solo del potere di interpretare la Costituzione, ma anche di interpretare autonomamente le disposizioni legislative sottoposte al suo sindacato senza essere vincolata alla lettura proposta dall'autorità giudiziaria rimettente.
Le decisioni interpretative di rigetto nascono con l'inizio stesso dell'attività della Corte (la prima pronuncia del genere è la sentenza 8 del 1956), e quanto all'efficacia di tali decisioni, esse non hanno effetti erga omnes, essendo dotate di un'efficacia meramente persuasiva, fondata essenzialmente sulle argomentazioni svolte dalla Corte a sostegno dell'interpretazione adeguatrice da essa suggerita.

La volontà del lavoratore
La Corte Costituzionale riconosce il diritto alle ferie quale strumento finalizzato a reintegrare le energie psico-fisiche del lavoratore e a consentirgli lo svolgimento di attività ricreative e culturali, nell'ottica di un equilibrato «contemperamento delle esigenze dell'impresa e degli interessi del lavoratore». Anche la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea ha rafforzato i connotati di questo diritto fondamentale del lavoratore e ne ha ribadito la natura inderogabile, in quanto finalizzato a «una tutela efficace della sua sicurezza e della sua salute»; questo diritto sarebbe certamente violato se la cessazione dal servizio annullasse, senza alcuna compensazione economica, il godimento delle ferie qualora lo stesso diritto sia stato compromesso dalla malattia o comunque da altra causa che non possa essere imputabile al lavoratore. In definitiva, per la Corte Costituzionale, seppur la questione di legittimità debba essere rigettata in presenza di una lettura costituzionalmente orientata della norma, il principio interpretativo che si ricava è quello per il quale nell'àmbito del lavoro pubblico, le ferie, i riposi e i permessi vanno obbligatoriamente goduti secondo le previsioni dei rispettivi ordinamenti, e l'affermazione del legislatore per la quale si possano corrispondere «in nessun caso» trattamenti economici sostitutivi va correttamente interpretata secondo il principio dell'irrilevanza dell'imputabilità della causa al lavoratore.

I casi pratici
La Corte Costituzionale ricorda che anche la prassi amministrativa e la magistratura contabile convergono nell'escludere dall'àmbito applicativo del divieto le vicende estintive del rapporto di lavoro che non chiamino in causa la volontà del lavoratore e la capacità organizzativa del datore di lavoro. La Corte Costituzionale indica i casi di esclusione della monetizzazione anche nella cessazione del rapporto di lavoro riconducibile a una scelta o a un comportamento del lavoratore (dimissioni, risoluzione), o a eventi (mobilità, pensionamento, raggiungimento dei limiti di età), che comunque consentano di pianificare per tempo la fruizione delle ferie e di attuare il necessario contemperamento delle scelte organizzative del datore di lavoro con le preferenze manifestate dal lavoratore in merito al periodo di godimento delle ferie.
La stessa prassi amministrativa e la magistratura contabile convergono nell'escludere dall'àmbito applicativo del divieto le vicende estintive del rapporto di lavoro che non chiamino in causa la volontà del lavoratore e la capacità organizzativa del datore di lavoro. Questa interpretazione si colloca, peraltro, nel solco tracciato dalle pronunce della Corte di cassazione e del Consiglio di Stato, che riconoscono al lavoratore il diritto di beneficiare di un'indennità per le ferie non godute per causa a lui non imputabile, anche quando difetti una previsione negoziale esplicita che consacri tale diritto, ovvero quando la normativa settoriale formuli il divieto di "monetizzare" le ferie (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 19 ottobre 2000, n. 13860; Consiglio di Stato, sezione sesta, sentenza 8 ottobre 2010, n. 7360).


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