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A rischio anche le voci «libere» del salario accessorio

di Tiziano Grandelli e Mirco Zamberlan

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Dura lex sed lex: è il principio a cui sembra ispirarsi la sezione delle Autonomie della Corte dei Conti, nelladeliberazione n. 14/2016(su cui si veda anche Il Quotidiano degli enti locali e della Pa del 5 e del 6 maggio). Richiamando la sentenza della Corte Costituzionale n. 173/2012, i magistrati contabili affermano che le deroghe alla portata generale di una norma devono essere espressamente previste e l'interprete non può mettervi bocca per estenderne il campo di applicazione. Concludono, quindi, disponendo che gli incarichi dirigenziali conferiti in base all'articolo 110, comma 1, del Tuel rientrano nel campo di applicazione dell'articolo 9, comma 28, del Dl 78/2010, in quanto quest'ultimo non li elenca fra i soggetti esclusi.

Il limite agli integrativi
Ed effettivamente la Corte Costituzionale aveva affermato la legittimità dell'articolo 9, comma 28, ritenendolo una norma «emanata dallo Stato nell'esercizio della sua competenza concorrente in materia di coordinamento della finanza pubblica» che ha, come obiettivo, il «contenimento della spesa relativa a un vasto settore del personale e, precisamente, a quello costituito da quanti collaborano con le pubbliche amministrazioni in virtù di contratti diversi dal rapporto di impiego a tempo indeterminato». La Corte dei conti, partendo da questo assunto, ne fa conseguire l'inderogabilità del disposto legislativo, a meno che l'eccezione sia rinvenibile nel testo di legge.
Ma se questa è l'impostazione di fondo, analoga conseguenza dovrebbe essere tratta su un altro argomento molto discusso, vale a dire il tetto al salario accessorio dei dipendenti pubblici. Lo stesso articolo 9, ma al comma 2-bis, imponeva un limite alla parte variabile della retribuzione, consistente nell'importo pagato nel 2010. Questo vincolo, previsto per il quadriennio 2011-2014, è stato riproposto nella legge di stabilità 2016, a partire dall'anno in corso. Bene: nellasentenza 215/2015, la Corte costituzionale ha affermato che il comma 2-bis deve ritenersi conforme alla Costituzione in quanto «emanato dallo Stato nell'esercizio della sua competenza legislativa concorrente in tale materia» e poiché introduce solo «un limite per un settore rilevante della spesa per il personale e, cioè, quello concernente una delle due grandi parti in cui si suddivide il trattamento economico del personale pubblico e, precisamente, quella relativa alle voci del trattamento accessorio».

Niente deroghe esplicite
Come si potrà notare, il contenuto delle due sentenze della Corte Costituzionale è del tutto analogo. E analoghe dovrebbero essere le conseguenze: inderogabilità del limite al lavoro flessibile, fatte salve le ipotesi citate dalla norma, e inderogabilità del vincolo sul salario accessorio, senza alcuna esclusione, considerato che la disposizione non ne prevede. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: ma come si debbono trattare, d'ora in poi, le ipotesi di non applicazione del vincolo ad alcune fattispecie, quali i compensi per la progettazione o per l'avvocatura, che la stessa Corte dei Conti ha sancito come non soggetti al tetto della retribuzione variabile?
Su questa scia, si può introdurre anche il tema della spesa di personale indicata al comma 557 della legge 296/2006. Anche a questo proposito, la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità (sentenza 218/2015), con motivazioni del tutto analoghe. Anche in questa ipotesi, quindi, dovrebbero venir meno le esclusioni individuate, di volta in volta, dalle varie deliberazioni della Corte dei Conti. Ma se così fosse, salta il banco del controllo sulla spesa di personale.


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