Home  › Personale

Danno all'immagine della Pa per l'agente autore di reato complesso

di Daniela Dattola

Sussiste la lesione all’immagine pubblica anche quando il reato contro la Pa rientra nella fattispecie del reato complesso. Lo ha stabilito la sezione giurisdizionale umbra della Corte dei conti, con la sentenza n. 11 del 4 febbraio 2016.

Il caso
La Procura regionale, con atto di citazione, ha promosso l’azione di responsabilità presso la predetta sezione della Corte dei conti, chiedendo la condanna del convenuto al pagamento di una somma di 30mila euro o di una somma diversamente valutata in via equitativa dal Collegio, a titolo di risarcimento del danno all’immagine della pubblica amministrazione, causato dal medesimo. Il convenuto era già stato condannato, con sentenza passata in giudicato e quindi definitiva, per il reato di concorso in favoreggiamento e sfruttamento aggravato della prostituzione di una minore. Reato consumato durante il servizio di agente della Polizia municipale e proprio su tale circostanza la Procura ha basato la richiesta di accertamento della sussistenza del danno all’immagine dell’amministrazione e di risarcimento.

La sentenza
Il giudice contabile ha accolto le richieste della Procura, ritenendo integrata la fattispecie del reato complesso “(…) perché nella circostanza uno degli elementi costitutivi del reato costituiva di per sé stesso un reato e, nel caso specifico, il reato di abuso di atti d’ufficio, ai sensi dell’articolo 323 codice penale, commesso nel momento in cui l’agente pubblico ha disatteso coscientemente l’obbligo giuridico di interrompere un’azione delittuosa in corso”.

Il reato complesso
Il reato in esame si configura quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale.
Nel caso di specie il convenuto, durante la commissione del reato, rivestiva la qualità di agente di Polizia municipale. Non solo. Quando si verificarono i fatti, per cui il convenuto venne poi condannato in sede penale, lo stesso era in servizio quale pubblico ufficiale con la qualifica di agente di polizia giudiziaria. La condotta, quindi, tenuta dal medesimo risulta aggravata da tale circostanza, in quanto egli, ai sensi dell’articolo 40 c.p., aveva l’obbligo giuridico di attivarsi per interrompere l’azione delittuosa in corso. In altre parole, una volta accertata l’omissione dell’adempimento dell’obbligo giuridico di attivarsi sul convenuto, in quanto pubblico ufficiale e agente di polizia giudiziaria, tale condotta, già di per sé penalmente rilevante, è stata assorbita nel più grave reato contestato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione minorile e, per effetto dell’articolo 40 del codice penale, alla medesima è stato attribuito l’effetto di compartecipazione causale all’evento criminoso che il convenuto, in quanto agente di polizia giudiziaria, avrebbe avuto invece l’obbligo giuridico di impedire. Violazione, peraltro, che sarebbe stata penalmente ed autonomamente sanzionabile ai sensi dell’articolo 323 c.p., se non avesse costituito altro più grave reato.
Ci si trova, quindi, in presenza di un reato complesso che, ex articolo 84 c.p., si caratterizza per il fatto che taluni dei suoi elementi costitutivi o le sue circostanze aggravanti, costituirebbero, già di per sé stessi, reato e, nel caso specifico, uno dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione. Da ciò consegue che, se un agente della Polizia municipale con la qualifica di agente di polizia giudiziaria e retribuito dalla stessa PA, commette un grave reato comune che contiene anche la condotta incriminatrice di un reato contro la pubblica amministrazione, conseguentemente sarà anche condannato per il danno da lesione dell’immagine all’amministrazione che egli ha cagionato. Il suo comportamento, infatti, ha leso anche la correttezza, l’efficacia, l’imparzialità e il buon andamento della pubblica amministrazione, nonché il rapporto tra questa ed il cittadino.

La riconosciuta finalità risarcitoria della condanna in sede contabile
Occorre premettere che non vi è alcuna identità tra la condanna per danno all’immagine e la multa inflitta in sede penale al convenuto. Le due misure, infatti, pur partecipando entrambe della natura di misura a carattere patrimoniale, sono strutturalmente diverse. La multa prevista nel codice penale è una pena pecuniaria prevista per la commissione di delitti ed ha finalità sanzionatoria. Diversamente, la condanna in sede contabile per la lesione dell’immagine della PA ha finalità risarcitoria, dovendo essere correttamente intesa come ripristino del pregiudizio dell’immagine pubblica, deteriorata da comportamenti negativi e disdicevoli degli agenti pubblici.
Si pensi, a titolo esemplificativo, al pregiudizio arrecato all’immagine della PA dall’amministratore di un ente locale che commette il reato di concussione o ancora al danno arrecato all’immagine della pubblica amministrazione, aggravato anche per la risonanza mediatica suscitata nel caso di specie dalla condotta del personale infermieristico in servizio presso la camera mortuaria di un ospedale che percepisce denaro non dovuto dai titolari delle imprese funebri, per potersi poi accaparrare la gestione delle esequie dei pazienti deceduti.

Conclusioni
Sulla scorta di quanto detto, sempre di più tutti gli addetti alla funzione di Polizia municipale e, in particolare i loro comandanti o responsabili di servizio, dovranno aver cura di prestare il massimo impegno nell’adempimento dei loro doveri istituzionali con rigorosa osservanza delle leggi, dei regolamenti e di tutte le fonti giuridiche cui sono sottoposti. Tanto più, se si tratta di norme a carattere penale. In tal modo, infatti, oltre a non rischiare di essere sottoposti a procedimenti penali volti a verificare l’eventuale commissione di reati a essi ascrivibili, potranno anche andare indenni dalla contestazione di altri possibili illeciti quali quello contabile e, non da ultimo, quello disciplinare. Illecito, quest’ultimo, che, peraltro, sembra oggi rivestire la massima attenzione del Legislatore e che costituirà oggetto di un prossimo intervento di riforma in chiave “anti furbetti” e che non pare del tutto azzardato prevedere che, nel caso di condanna per mancanze così gravi quali quelle accertate dalla sentenza in rassegna, potrebbe anche comportare la massima sanzione del licenziamento per giusta causa del dipendente pubblico resosi gravemente inadempiente ai più elementari doveri d’ufficio.


© RIPRODUZIONE RISERVATA