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Nei concorsi pubblici (anche per le progressioni) i figli contano più dell'età del candidato

di Amedeo Di Filippo

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Nei concorsi pubblici i titoli di preferenza relativi ai figli a carico devono essere valutati prima del criterio della minore età previsto dall'articolo 3 della legge 127/1997, che è residuale rispetto a quelli di carattere generale. Lo afferma la quinta sezione del Consiglio di Stato con la sentenza 618/2016.

La vicenda
I giudici di Palazzo Spada esaminano l'appello alla sentenza di primo grado che ha respinto la domanda di annullamento dell'avviso di procedura di una progressione verticale nella parte in cui ha disciplinato le situazioni di candidati risultati, all'esito delle operazioni di valutazione dei titoli e delle prove, a parità di punteggio, prevedendo l'esclusivo ricorso al criterio dell'età con preferenza del candidato più giovane.
Contro la sentenza ha proposto appello il ricorrente originario, che ha incentrato le proprie difese su uno solo dei motivi proposti in primo grado, e cioè che – in quanto padre di un bambino – si dovesse tener conto del criterio di preferenza discendente da questa situazione di fatto e non quello della sua età maggiore rispetto al controinteressato, a parità di punteggio.

La sentenza
La quinta sezione accoglie la tesi, in quanto l'amministrazione avrebbe dovuto applicare la normativa legislativa statale e quella regolamentare comunale secondo la quale il criterio dell'età è residuale rispetto ai criteri di preferenza di carattere generale, tra cui è annoverato quello di risultare genitore.
Secondo i giudici, l'articolo 5, comma 5, del Dpr 487/1994 si deve intendere solo parzialmente abrogato dall'articolo 3, comma 7, della legge 127/1997, che nel testo modificato dall'articolo 2 della legge 191/1998 introduce il criterio della prevalenza del candidato di minore età. Il comma 5, infatti, pone il criterio secondo cui, a parità di merito e di titoli, la preferenza è determinata:
• dal numero dei figli a carico;
• dall'aver prestato lodevole servizio nelle Pa;
• dalla maggiore età.
La norma della Bassanini ha invece abolito i titoli preferenziali relativi all'età e scelto il criterio della minore età, per cui se due candidati ottengono pari punteggio è preferito il più giovane.

Le motivazioni
Sostiene la quinta sezione nella sentenza segnalata che la legge successiva non ha disposto un'abrogazione totale della precedente, per cui i titoli di preferenza del Dpr 487/1994 (nella specie i figli a carico) devono essere valutati prima del criterio della minore età, che «rappresenta un elemento preferenziale nel reclutamento nel pubblico impiego soltanto in via residuale, ossia nei casi di parità dopo la valutazione del merito e dei titoli di preferenza indicati nel citato comma 4 dell'articolo 5».
I giudici si rifanno all'ordinanza n. 268/2001 della Corte costituzionale, secondo cui rientra nella discrezionalità del legislatore fissare i requisiti attinenti all'età dei concorrenti, purché non in modo arbitrario o irragionevole. Arbitrarietà o irragionevolezza che non hanno rilevato nel caso di specie, perché, sosteneva la Consulta in quel lontanissimo 2001, l'articolo 3, comma 7, della legge 127/1997 «si inserisce in un progetto riformatore che ha per obiettivo di coniugare il principio di solidarietà con quello di efficienza della pubblica amministrazione, nel quadro della privatizzazione del pubblico impiego, ispirata ad un ampio rinnovamento del personale amministrativo, particolarmente investendo in risorse umane giovani e meritevoli, sì da garantire un servizio più efficiente e duraturo».


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