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Dipendenti condannati in primo grado: la sospensione dal servizio tutela il «buon andamento»

di Massimiliano Atelli

La prima sezione del Tar Abruzzo, Pescara, con la sentenza n. 25 del 29 gennaio 2016, ha chiarito che la considerazione secondo cui la funzione dell'istituto della sospensione cautelare dal servizio - per i dipendenti condannati in primo grado (con appello pendente) - è quella di allontanare il dipendente dal servizio al fine di evitare un pregiudizio per il buon andamento e il prestigio dell'amministrazione” (Cons. Stato, sez. V, 15 novembre 2012 n. 5774) non implica affatto che la lesione di tali interessi non possa risultare implicitamente dalla constatata gravità dei fatti accertati in sede penale. Così, tanto più il fatto è connotato in termini di “gravità” (e non solo in ragione del titolo di reato per cui si procede, quanto piuttosto per aspetti quali la capacità intimidatoria espressa anche nei confronti di un soggetto pluripregiudicato, la particolare intensità del dolo, l’utilizzo di espressioni minacciose ecc.), quanto più le ripercussioni sull’ambiente lavorativo e sul prestigio dell’Amministrazione devono ritenersi intrinseche a esso. La motivazione sul punto, pertanto, dovrà essere tanto meno pregnante quanto più la condotta contestata sia stata qualificata come “grave”.
Le varie caratteristiche che connotano il fatto e il suo autore è d’altronde ovvio che abbiano maggiore rilievo di circostanze quale la risonanza della vicenda presso l’opinione pubblica. Si tratta infatti di fattori esterni (la pubblicazione o meno di una notizia, la sua diffusione, il tipo di enfasi che le vien data) che - se possono contribuire a delineare il complessivo contesto in cui avviene la decisione - non possono essere invece assunti come elementi centrali della valutazione. Si arriverebbe, altrimenti, alla possibilità di trattamenti diversi per fatti analoghi a seconda del risalto dato dalla stampa alle varie vicende. Anche una vicenda la cui diffusione fosse rimasta circoscritta agli ambienti giudiziari e della polizia giudiziaria operante sarebbe perciò in grado di pregiudicare quell’interesse, non essendo il prestigio commisurato al novero dei soggetti che “allo stato attuale” sono a conoscenza dei fatti e tenuto comunque conto che il coinvolgimento a vario titolo di altri apparati dello Stato, quale ad esempio un’altra Forza di Polizia che abbia condotto le indagini, è di per sé potenzialmente in grado di minarne la credibilità.

Il caso
Nella specie, un vice-brigadiere del Corpo della Guardia di Finanza veniva condannato alla pena di tre anni di reclusione e all’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici in quanto ritenuto colpevole, in concorso, dei contestati episodi estorsivi. L’amministrazione - che in precedenza lo aveva assegnato a incarico non operativo e aveva aperto un procedimento finalizzato a valutare l’esistenza dei presupposti della sospensione cautelare dal servizio – decidendo poi di non determinarsi in tal senso, comunicava l’avvio di un nuovo procedimento diretto all’adozione dell’atto di sospensione precauzionale. Avverso questa decisione insorgeva il sottufficiale.

Argomenti, spunti e considerazioni
La decisione del Tribunale amministrativo regionale per l’Abruzzo offre spunti di interesse. La sospensione cautelare dal servizio - per i dipendenti condannati in primo grado - tende ad allontanare il dipendente dal servizio allo scopo di evitare un pregiudizio per il buon andamento e il prestigio dell'amministrazione. È una decisione grave, difficile, ingrata (per chi deve prenderla) e tuttavia in molti casi necessaria, perché la posta in gioco (buon andamento e prestigio, appunto) è alta. La conseguenza è che assumerla con superficialità (“ai danni” del condannato”) è altrettanto grave che non prenderla quando invece deve essere presa.
Ma come fare per distinguere i casi in cui la sospensione cautelare va disposta? Il Tar Abruzzo offre alcuni indicatori.
Anzitutto, la lesione dei superiori interessi al buon andamento e al prestigio ben può risultare implicitamente dalla constatata gravità dei fatti accertati in sede penale. Quindi, quanto più il fatto è connotato in termini di “gravità” (e non solo in ragione del titolo di reato per cui si procede, quanto piuttosto per le modalità, nei termini esemplificativi precisati nella sentenza, con cui il comportamento è attuato), tanto più le ripercussioni sull’ambiente lavorativo e sul prestigio dell’amministrazione devono ritenersi intrinseche a esso. Di riflesso, la motivazione della sospensione dovrà essere tanto meno pregnante quanto più la condotta contestata sia stata qualificata come “grave”.
Né ci si deve far condizionare troppo dalla eventuale pressione mediatica. Le varie caratteristiche che connotano il fatto ed il suo autore devono avere maggiore rilievo di circostanze quale la risonanza della vicenda presso l’opinione pubblica. Come ben chiarisce il Tar Abruzzo, si tratta infatti di fattori esterni (la pubblicazione o meno di una notizia, la sua diffusione, il tipo di enfasi che le vien data) che - se possono contribuire a delineare il complessivo contesto in cui avviene la decisione - non possono essere invece assunti come elementi centrali della valutazione. Si arriverebbe, altrimenti, alla possibilità di trattamenti diversi per fatti analoghi a seconda del risalto dato dalla stampa alle varie vicende. Il che non può essere.


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