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Contagio di malattia: quando scatta la prescrizione del diritto al risarcimento del danno

di Rosa Iovino

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre dal momento in cui la malattia viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche. Tale momento può farsi decorrere dal momento in cui viene presentata domanda di indennizzo in quanto appare plausibile che, a partire da quel momento, il danneggiato abbia avuto piena percezione della lesione subita nonché delle possibili conseguenze dannose. È quanto affermato dalla sezione Lavoro del Tribunale di Napoli con la sentenza n. 9839 del 2 dicembre 2015.

La questione
La pronuncia in esame trae origine dal ricorso proposto da un infermiere professionale di una fondazione ospedaliera napoletana per ottenerne la condanna al risarcimento del danno patrimoniale, biologico, esistenziale e morale dovuto per il mancato rispetto, a suo dire, delle norme antinfortunistiche. Egli, infatti, sosteneva di aver contratto un’epatopatia cronica Hcv correlata in seguito ai continui prelievi di sangue a persone malate per non avere la fondazione ospedaliera adottato i presidi di sicurezza di cui all’articolo 2087 c.c. e del Dlgs 626/1994. Il ricorrente precisava che nel 2004 aveva presentato istanza per l’indennizzo ai sensi della legge 210/1992, avendo contratto la predetta patologia in conseguenza allo svolgimento delle proprie mansioni e di cui era a conoscenza già nel luglio del 1998.
La resistente fondazione si costituiva eccependo, oltre al proprio difetto di legittimazione passiva (avendo la legge 210/1992 individuato l’eventuale responsabilità in capo al ministero della Salute, quale soggetto obbligato al controllo degli emoderivati), l’intervenuta prescrizione del diritto, atteso che il ricorrente già nel luglio del 1998 veniva a conoscenza della patologia per essersi sottoposto ad analisi cliniche.
Acquisita l’intera documentazione prodotta, il giudice del lavoro decideva la vertenza “bypassando” l’attività istruttoria e rigettava il ricorso proposto, ritenendo fondata l’eccezione di prescrizione estintiva del diritto postulato ex articolo 2946 c.c. essendo la patologia già nota al ricorrente nel luglio del 1998, come dedotto dallo stesso nell’atto introduttivo, e non essendo intervenuto alcun atto interruttivo della prescrizione. Condannava, pertanto, lo stesso al pagamento delle spese processuali.

La tesi del giudice di merito
La legge regolatrice della materia è la 210/1992, secondo cui chiunque abbia riportato, a causa di vaccinazioni obbligatorie, lesioni o infermità dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psicofisica ha diritto ad un indennizzo da parte dello Stato, alle condizioni e nei modi stabiliti dalla legge stessa. Tale indennizzo spetta anche ai soggetti che presentino danni irreversibili da epatiti post-trasfusionali. Gli indennizzi sono corrisposti dal ministero della Sanità. Qualora si accerti una responsabilità colposa o dolosa dell’amministrazione di tipo giudiziario, è possibile ottenere anche il risarcimento del danno ex articolo 2043 c.c.
Tale legge, pertanto, prevede l’erogazione da parte dello Stato di un indennizzo che non ha natura risarcitoria ma carattere assistenziale in senso lato, essendo riconducibile alle prestazioni poste a carico dello Stato in ragione del dovere di solidarietà sociale (sul punto Cass., n. 6799/2002). La stessa Corte costituzionale ha affermato che la previsione dell’indennizzo de quo, fondata sui principi di cui agli articoli 2 e 32 della Carta fondamentale, non incide sul diritto del soggetto a conseguire l’integrale risarcimento del danno ai sensi dell’articolo 2043 c.c. (Corte cost., n. 118/1996), dovendo a tal fine il soggetto esperire diversa azione.
In merito al risarcimento del danno da epatite post-trasfusionale, la Suprema corte ha ribadito che la prescrizione del relativo diritto è, nei confronti del ministero della Salute, quinquennale, con decorrenza, al massimo, dalla data in cui il danneggiato ha domandato l’indennizzo ex legge 210/1992. Invero, con sentenza n. 19965/2013, la Cassazione ha evidenziato che «la responsabilità del Ministero della Salute per i danni conseguenti ad infezioni da virus HBV, HIV e HCV contratte da soggetti emotrasfusi è (…) di natura extracontrattuale né sono ipotizzabili, al riguardo, figure di reato tali da innalzare i termini di prescrizione (epidemia colposa o lesioni colpose plurime)». Il relativo diritto al risarcimento è pertanto «soggetto al termine di prescrizione quinquennale che decorre (…) non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche, a tal fine coincidente di norma non con la comunicazione del responso della Commissione medica ospedaliera di cui alla L. n. 210 del 1992, art. 4, bensì al più tardi con la proposizione della relativa domanda amministrativa», infatti «non oltre tale momento è raggiunto un apprezzabile grado di consapevolezza non solo della malattia, ma anche del nesso causale tra essa e l’emotrasfusione».
Nel giudizio risarcitorio promosso contro il ministero della Salute per omessa adozione delle dovute cautele, controverso è se l’indennizzo eventualmente già corrisposto al danneggiato possa essere scomputato dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento del danno, venendo per alcuni altrimenti la vittima a godere di un ingiustificato arricchimento consistente nel porre a carico di un medesimo soggetto due diverse attribuzioni patrimoniali in relazione al medesimo fatto lesivo (Cass., n. 584/2008, n. 11302/2011 e n. 532/2012).
La Cassazione, con la sentenza n. 25532/2013, ha temperato il principio dello scomputo sottolineando in primis che le somme scomputabili sono quelle già percepite dal danneggiato affermando altresì che le due attribuzioni patrimoniali devono essere a carico dello stesso soggetto (ministero) e soprattutto che, affinché si possa procedere alla compensazione, è onere del ministero allegare e provare in giudizio l’effettiva corresponsione dell’indennizzo, nonché la sua esatta entità, trattandosi di prova di cui è onerato chi adduce un fatto parzialmente estintivo (Cass., n. 1189/1966, n. 77/2003 e n. 9132/2012).

Considerazioni e problemi
Numerose sono le considerazioni e le problematiche che vengono in rilievo analizzando la legge in questione soprattutto alla luce dei chiarimenti offerti negli anni dalla giurisprudenza.
Nel caso in esame viene in rilievo il solo punto relativo alla prescrizione atteso che il giudicante, ritenendo la sollevata eccezione fondata, non ha avuto la necessità di esaminare le ulteriori questioni. A tal proposito, anche le sezioni unite hanno affermato che il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche. Tale momento può ben farsi decorrere dal momento in cui viene presentata domanda di indennizzo in quanto appare plausibile che, a partire da quel momento, il danneggiato abbia avuto piena percezione della lesione subita nonché delle possibili conseguenze dannose.
Nella fattispecie concreta, a fronte di una patologia nota e conosciuta nel luglio 1998, alcun atto interruttivo della prescrizione è stato formato dal ricorrente e alcuna richiesta avanzata prima del marzo 2015, data di notifica del ricorso, facendo maturare l’estinzione del diritto. Anche a voler far coincidere il momento con la data di presentazione della richiesta di indennizzo, essendo questa stata presentata nel 2004, si rileva il superamento in egual modo del termine decennale eventualmente da applicarsi.

La decisione
Il Giudice del lavoro, sulla base di quanto premesso, rigettava il ricorso proposto ritenendo fondata - siccome rituale e tempestiva - l’eccezione di prescrizione estintiva del diritto postulato ex articolo 2946 c.c., essendo la patologia già nota al ricorrente nel luglio del 1998, e non essendo intervenuto alcun atto interruttivo della prescrizione. E condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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