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Comuni, l'obbligo di assumere l'ex dipendente nasce nello statuto del consorzio

di Giovanni G.A. Dato

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Secondo la sentenza del Tar Piemonte, sezione II, 12 novembre 2015, n. 1547la pretesa del consorzio, concernente l’assunzione dell’ex dipendente nei ruoli del Comune, trova riscontro non solo nelle disposizioni di legge (articolo 31 del Dlgs n. 165/2001, con richiamo all’articolo 2112 c.c.) ma anche nelle norme dello statuto consortile (si veda anche il Quotidiano degli Enti locali e della Pa del 25 novembre 2015).

La questione
Un consorzio intercomunale, costituito con la finalità di gestire ai sensi dell’articolo 31 del Dlgs 18 agosto 2000, n. 267 i servizi socio-assistenziali alla persona di cui sono titolari i singoli Comuni associati, veniva messo in liquidazione con delibera dell’assemblea.
I Comuni associati decidevano di proseguire la gestione delle funzioni relative ai servizi sociali in forma associata con delega alla locale Asl; in sede di definizione del passaggio delle funzioni in capo alla Asl, tuttavia, emergeva l’impossibilità di coprire tutta la spesa del personale già dipendente del consorzio, con conseguente esubero alcune unità di personale. Pertanto, l’assemblea del consorzio approvava il progetto del personale da reinternalizzare ai Comuni, nel rispetto del budget approvato, e di conseguenza si attivava la procedura di trasferimento dal consorzio ai singoli Comuni del personale così individuato, ai sensi dell’articolo 31 del Dlgs 30 marzo 2001, n. 165. Si disponeva, dunque, il trasferimento - tra gli altri - di una unità di personale presso uno dei Comuni associati, unità che presentava immediatamente domanda di trasferimento; il Comune in questione, tuttavia, evitava di dare corso al trasferimento. Il soggetto interessato, pertanto, otteneva in sede giurisdizionale di essere posto in disponibilità a carico del consorzio ai sensi dell’articolo 33, commi 7 e 8, del Dlgs n. 165/2001; il consorzio poneva in disponibilità l’interessato iniziando a corrispondergli la relativa indennità.
Con ricorso, il consorzio ha quindi domandato la condanna del Comune all’adempimento dell’obbligo di trasferire l’unità di personale nella sua pianta organica, oltre al risarcimento dei danni subiti (pari alle indennità di disponibilità pagate, oltre interessi e rivalutazione come per legge). Il Comune, invece, ha insistito sulla necessità del rispetto, da parte sua, dei vincoli in merito alle nuove assunzioni di personale, richiamando in particolare l’articolo 14, comma 9, del Dl 31 maggio 2010, n. 78, convertito in legge 30 luglio 2010, n. 122 (in tema di c.d. Patto di stabilità interno).

La decisione
Secondo la sentenza del Tar Piemonte la pretesa del consorzio, concernente l’assunzione dell’ex dipendente nei ruoli del Comune, trova riscontro non solo nelle disposizioni di legge (articolo 31 del decreto legislativo n. 165/2001, con richiamo all’articolo 2112 c.c.) ma anche, nella specie, nelle norme dello statuto consortile.
A fronte di questo quadro, nessun pregio può avere l’argomento secondo il quale la pianta organica comunale non prevede posti vacanti nell’area amministrativa corrispondente alla qualifica rivestita dal dipendente da reinternalizzare; ed invero, il passaggio di quel dipendente nei ruoli del Comune costituisce una precisa obbligazione ai sensi dello statuto consortile (vincolante per la parte che lo ha sottoscritto) e della disciplina generale in tema di passaggio di dipendenti per trasferimento di attività.
Nessuna rilevanza, poi, può più rivestire il rischio di non rispettare il divieto di nuove assunzioni imposto dall’articolo 14, comma 9, del Dl n. 78/2010, in quanto essendo esaurito il periodo massimo di collocamento in disponibilità (ventiquattro mesi: articolo 33, comma 8, del Dlgs n. 165/2001), il Comune non deve più assumere il dipendente nella propria pianta organica.
In definitiva, la sentenza accerta l’inadempimento del Comune agli obblighi su di esso gravanti in merito al trasferimento nei propri ruoli, ma non condanna lo stesso Ente locale all’effettivo trasferimento essendo ormai trascorso il periodo massimo di collocamento in disponibilità del dipendente; condanna il Comune, invece, al risarcimento del danno (pari alle indennità versate dal consorzio alla unità di personale in questione, oltre ad interessi e rivalutazione come per legge).

La messa in liquidazione dei consorzi
La sentenza in esame appare interessante anche nella parte in cui rigetta la tesi difensiva del Comune resistente in merito all’applicabilità, in suo favore, dell’articolo 2, comma 186, lett. e), della legge 23 dicembre 2009, n. 191, nel testo modificato dal decreto legge 25 gennaio 2010, n. 2 (convertito in legge 26 marzo 2010, n. 42), così come interpretato dalla Corte dei conti, sezione regionale controllo Piemonte, deliberazione 28 aprile 2011, n. 50/2011/SRCPIE/PAR, secondo cui tale disposizione, nella parte in cui impone ai singoli Comuni di adottare misure di salvaguardia del personale dei disciolti consorzi, non può applicarsi agli enti già sciolti anteriormente al 2011 (ciò in applicazione dell’oscuro dettato normativo di cui all’articolo 1, comma 2, del Dl n. 2/2010, convertito in legge n. 42/2010, secondo il quale la citata norma di cui all’articolo 2, comma 186, lett. e), della legge n. 191/2009 si applica “a decorrere dal 2011, e per tutti gli anni a seguire, ai singoli enti per i quali ha luogo il primo rinnovo del rispettivo consiglio, con efficacia dalla data del medesimo rinnovo”).
Ed infatti, precisa la sentenza in commento, la disposizione del 2009 riguarda unicamente le conseguenze della soppressione dei consorzi approvata dai Comuni, e non anche quelle discendenti dalla loro volontaria liquidazione (come nel caso in esame). Ne consegue che, a fronte della messa in liquidazione di un consorzio, per principio generale, i singoli Comuni devono pur sempre prendersi carico delle conseguenze sulla reinternalizzazione del personale, vieppiù allorquando tale obbligazione discenda direttamente dallo statuto consortile.


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